L'Islam e la civilizzazione occidentale>La risposta dell'Islam ai problemi del mondo>Le ragioni del Jihad islamico
Lo scopo dell’Islam, nel quadro della sua battaglia e del complessivo
movimento contro il politeismo, non era né la conquista né l’espansionismo
né il colonialismo né lo sfruttamento delle altrui risorse economiche.
In questo ambito, l’Islam differisce da tutte le altre dottrine. Ciò
che esso persegue, è ciò che esiste di più umano e di più
elevato.
Fin dalla sua apparizione, l’Islam ha minacciato, grazie al suo spirito
costruttivo e al suo vivace sviluppo, i privilegi degli oligarchi, dei prepotenti
e degli oppressori. Le forze nemiche si sono dunque mobilitate al fine di impedire
che la nuova dottrina, ovvero la religione islamica, potesse espandersi. Esse
hanno impegnato tutti i loro mezzi e le loro forze materiali contro l’Islam.
Coloro che avevano aderito alla verità affermata da questa dottrina o
che si erano convertiti, furono anche torturati in maniera abominevole.
I Coreisciti interruppero le loro relazioni con i discepoli del Profeta. Questi
ultimi si erano rifugiati per tre anni sulle montagne della Mecca, sopportando
ogni sorta di difficoltà e mancando persino del minimo necessario alla
sopravvivenza.
Il Profeta dell’Islam si stabilirà a Medina e formerà, contro
i politeisti, una potente comunità, ma questi ultimi non cesseranno di
minacciare i musulmani. Di fronte a questa situazione, i musulmani riceveranno
l’ordine di difendersi.
La maggior parte delle guerre condotte dal sommo Profeta erano difensive, così
come le spedizioni inviate per reprimere e disperdere le coalizioni militari
che cercavano di attaccare Medina, con l’obiettivo di soffocare il movimento
antislamico ancor prima che nascesse. I versetti che seguono, costituiscono
il primo fondamento legittimante della jihad, la quale non è altro che
la risposta alle aggressioni dei nemici e degli oppressori.
“Ogni autorizzazione è data a coloro che sono aggrediti, poiché,
in verità, essi sono lesi e Dio è capace di soccorrerli, nonché
a coloro che sono stati cacciati ingiustamente dalle loro case solo perché
dicevano: ‘Dio è il nostro Signore’” (Corano, 22; 39-40).
“E combattete nel sentiero di Dio contro quelli che vi aggrediscono e
non trasgredite. In verità, Dio non ama i trasgressori!” (Corano,
2; 190).
Poiché l’Islam è una dottrina universale che deve portare
il bene a tutti gli uomini, non può limitarsi alle frontiere geografiche
di una regione. Esso deve salvare l’umanità dalle grinfie del politeismo
e della degradazione dello spirito, nonché far pervenire il suo messaggio
alle masse di diseredati del mondo intero.
All’inizio, una dottrina che voglia rovesciare i vecchi sistemi, le vecchie
ideologie, per sostituirvi un nuovo ordine, deve combattere per il suo ideale.
Ma la forza della penna non basta. Uno sguardo alle rivoluzioni francese, indiana
e russa o alla guerra d’indipendenza statunitense (1775-1782), ci permette
di verificare che questi movimenti hanno nuotato tutti nel sangue.
L’Islam mira a rovesciare i cattivi costumi e le ideologie corrotte, nonché
all’abolizione degli ingiusti privilegi. Per questo, ha dovuto fronteggiare
l’ostilità di gruppi che vedevano minacciati i loro interessi.
A tale riguardo, il Profeta dell’Islam afferma:
“A volte, il bene deve essere affermato con la forza della spada. Non
sono pochi coloro che possono essere sottomessi alla verità soltanto
con la forza”1
Se le forze nemiche e le loro formazioni militari ostacolano l’affermazione
della religione divina, impedendo la diffusione della verità, esiste
un’altra soluzione se non il ricorso alla forza?
In queste condizioni, in cui le libertà e le scelte erano impedite alle
genti, fu ordinato al santo Profeta di ricorrere alla forza e di dichiarare
la guerra. L’Islam, dunque, intraprenderà il combattimento armato
per schiacciare gli oppressori.
La guerra intrapresa dall’Islam per la salvezza dell’umanità
nel senso proprio del termine, ovvero per la liberazione della ragione dal giogo
delle superstizioni, è un combattimento lontano da ogni passione, da
ogni oppressione e da ogni condizionamento materiale, nonché condotto
contro i malfattori che seminano la corruzione e il sudiciume sulla terra.
L’Islam vuole il bene di tutti e cerca di cancellare tutto ciò
che minaccia il bene comune.
Allorché, alla Mecca, i musulmani furono torturati per la loro adesione
all’Islam, essi ricevettero l’ordine, in conformità della
divina volontà, di ricorrere alle armi e di annientare ogni fattore di
schiavitù e di colonialismo:
“Come potreste rifiutarvi di combattere nel sentiero di Dio allorché
i deboli, siano essi uomini, donne o bambini, dicono: ‘Signore! Liberaci
dalla prevaricazione e mandaci un salvatore’” (Corano, 4; 74).
Agli occhi degli sprovveduti, la guerra non significa altro che massacro, crudeltà
e distruzione del nemico. Ma, dal punto di vista dell’Islam:
“La guerra è cancellazione dell’ingiustizia e della degradazione,
affermazione della giustizia e della verità. In breve, è l’ultimo
mezzo per annientare la decadenza e per diffondere la virtù”
L’obiettivo dell’Islam consiste nell’incoraggiare i popoli
all’adorazione di Dio, affinché, al di fuori delle leggi e delle
volontà divine, niente possa regnare sul pensiero e sul cuore degli uomini.
E’ la più grande deviazione possibile della natura e della ragione
umana, quella di inchinarsi di fronte a una pietra o a creature sprovviste di
ogni intelligenza.
Il fatto che i musulmani, prima di dichiarare la guerra, invitino il nemico
alla conversione all’Islam, chiarisce la funzione del contrasto bellico.
Quando le forze islamiche si scontrarono con l’armata iraniana, il comandante
iraniano Rostam Farrokh Zad chiese a Saadvaghass, capo dell’armata musulmana
che gli inviasse un rappresentante che lo informasse dello scopo della jihad
islamica. L’inviato musulmano lo descrisse così:
“Noi siamo venuti a impedire che i popoli adorino gli idoli e per invitarli
ad adorare solo il Dio unico e a seguire il messaggio del Profeta Muhammad.
Noi siamo venuti per salvare i servitori di Dio dalla schiavitù nei confronti
di altre creature, e affinché essi non servano altri se non Dio. Noi
siamo venuti per invitarvi a credere nella resurrezione e per liberarvi dalle
catene della materia, nonché per sostituire ai futili costumi, all’ingiustizia
e alla vanità, la giustizia e l’equità”2
Per tre giorni, tre rappresentanti dell’armata musulmana negozieranno
con Rostam. Identiche saranno le loro parole; essi insisteranno tutti affinché
il loro invito fosse raccolto quale condizione per lasciare il territorio.
Il sommo Profeta disse ad Alì:
“Non combattere contro nessuno se prima non lo hai invitato alla conversione
all’Islam. Io ti prometto che se qualcuno si avvicinerà al Signore
per mano tua, ciò varrà più che se tutto ciò che
è sotto il sole ti appartenesse”3144
I fondamenti dell’Islam, in guerra, si basano sulla lotta nel sentiero
di Dio, sull’avvicinamento alla verità e sull’acquisizione
del bene eterno. Non è mai stato detto ai musulmani di combattere, di
conquistare, di colonizzare e di ridurre in schiavitù gli altri popoli.
Le loro guerre non sono compatibili con le conquiste imperialistiche, le quali,
nel corso della storia, senza alcun movente divino, mirando alla conquista in
se stessa, hanno soltanto cercato di soddisfare la propria cupidigia di potere.
Per i musulmani, la guerra è una forma di devozione e un grande dovere
religioso. Essi si sono lanciati nella lotta senza quartiere affinché
il Verbo Divino trionfasse e fosse glorificato. Essi credevano che l’ingiustizia
sarebbe stata estirpata e che l’eguaglianza avrebbe regnato nel mondo
intero allorché il nome di Dio si fosse affermato. Dio ama coloro che
lottano e si sacrificano in questi combattimenti:
“Sì, Dio ama coloro che combattono nel suo sentiero in ranghi serrati,
come se essi fossero una solida costruzione” (Corano 61:1)
“Voi volete i beni materiali, mentre Dio vuole il bene spirituale”
(Corano 18:67)
E’ questo che rende superiore l’Islam sui campi di battaglia in
cui gli uomini si scontrano per la Giustizia, l’onore e la libertà.
Il Dr. Majid Khoddouri scrive:
“Si può dire che nella dottrina legislativa islamica la guerra
non è uno scopo in sé. Essa non è altro che lo strumento
ultimo per stabilire e per garantire la pace”4
Nelle leggi militari dell’Islam, la morale è totalmente rispettata.
Nei campi di battaglia, la bontà e la grandezza d’animo dei musulmani
si sono sempre manifestate. La struttura militare dell’Islam è
sempre stata permeata dalla lealtà, dall’etica e dalla generosità
come mai si è verificato nelle armate di alcun paese civilizzato contemporaneo.
L’Islam ha iniziato importanti imprese per impedire massacri e per proteggere
la vita delle persone. Esso ha impedito, nella misura del possibile, che il
sangue scorresse.
Nella jihad islamica, l’interruzione delle ostilità e il cessate
il fuoco non significano necessariamente che il nemico è vinto. Basta
che i musulmani siano al riparo dalle aggressioni nemiche e che si impegnino
ad astenersi da ogni attentato ai diritti e alla salute delle comunità
islamiche e che essi abbandonino ogni ribellione e ogni corruzione.
Durante la guerra, se uno dei combattenti concludeva un accordo con il nemico
o questi gli accordava la grazia, nemmeno la più alta autorità
musulmana poteva violare questa convenzione.
Durante la battaglia, l’incendio e la distruzione dei campi erano vietati.
Non era altresì permesso di sottrarre acqua e viveri al nemico; i bambini,
i vecchi, le donne, i folli e i malati erano al riparo e il loro sangue era
rispettato, poiché i musulmani non hanno il diritto di lordare le loro
mani versando sangue innocente.
Essi non possono aggredire i rappresentati e gli ambasciatori del nemico.
Muhammad Hamidullah, professore all’università di Parigi, così
scrive:
“Muhammad (che la pace di Dio sia su di lui e sulla sua nobile Famiglia)
regnava su più di un milione di miglia quadrate. Ciò equivale
alla superficie dell’Europa meno la Russia, territorio che, senza alcun
dubbio, aveva in quell’epoca, alcuni milioni di abitanti. Nell’epoca
della conquista, il numero dei nemici che erano stati uccisi non superava i
centocinquanta. Da parte musulmana, durante un periodo di dieci anni, soltanto
una persona era stata uccisa, quale martire, ogni mese (in tutto, centoventi
persone). Queste cifre provano un eccezionale rispetto del sangue umano in tutta
la storia dell’umanità!”5
Ecco alcune recitazioni che esemplificano questa realtà. Il Messaggero
di Dio, prima di inviare la sua armata al combattimento, raccomandava ai suoi
guerrieri:
“Combattete nel nome di Dio, nel sentiero di Dio, con l’aiuto di
Dio e alla maniera dell’inviato di Dio. Non tradite e non ingannate. Non
tagliate le membra a nessuno. Non uccidete i vecchi né gli infermi né
le donne né i bambini. Non abbattete nessun albero a meno che ciò
non sia necessario. Se uno di voi, dal più nobile al più umile,
ospita qualcuno, questi sarà protetto fino a quando non avrà inteso
la parola della verità. Se vi seguirà, allora sarà vostro
fratello, altrimenti, conducetelo in un luogo sicuro. Chiedete in ogni caso
l’aiuto di Dio”6
Alì (che la pace di Dio sia su di lui), impartì ai suoi guerrieri
il seguente ordine prima di scontrarsi con l’armata di Mu´awiah:
“Se il nemico fugge, non l’inseguite, non lo uccidete; quelli che
sono incapaci di difendersi o che sono caduti sul campo di battaglia, feriti,
non siano tormentati”
Quanto alle donne, non fate loro alcun male. Pur tuttavia, può verificarsi
che il nemico agisca in maniera che il sentimento di vendetta sia suscitato
nei musulmani. In questo caso, i musulmani non debbono dimenticare il loro principale
dovere, costituito dalla difesa della verità e della virtù. Essi
debbono controllare e domare i loro sentimenti. Noi conosciamo la seguente storia:
“Nel corso di un duro combattimento, il Principe dei Credenti inflisse
un colpo decisivo al suo nemico. Una volta caduto a terra, Alì si sedette
sul suo ventre. Allora, il nemico gli sputò in faccia. Il sommo Imam
si alzò e lo lasciò andare. Gli chiesero perché avesse
reagito così. Egli disse: ‘Ciò che egli ha fatto mi ha incollerito.
Se io lo avessi ucciso in quel momento, lo avrei fatto impulsivamente. Io mi
sono dunque trattenuto per non ucciderlo per vendetta, dato che, così
facendo, la mia fede sarebbe stata macchiata’”
L’Islam ha infuso nel cuore dei musulmani un sentimento di umanità
nei confronti del prossimo. Esso non ha mai autorizzato l’iniquità,
quali che fossero le circostanze. I musulmani che combattono nel sentiero di
Dio, non possono oltrepassare i limiti del giusto né trasgredire. L’Islam
consente di incalzare il nemico fino a quando questi non costituisca più
una minaccia, ma non oltre. Ciò è precisato nel Corano:
“E combattete nel sentiero di Dio contro coloro che vi combattono, e non
trasgredite. In verità, Dio non ama i trasgressori” (Corano, 2:141)
“E che l’odio di un popolo non vi spinga all’iniquità.
Siate equi! Ciò è più prossimo alla pietà”
(Corano, 5:11)
“E che l’odio di un popolo che vi ha impedito l’ingresso nella
sacra Moschea non vi spinga a trasgredire” (Corano, 5:3)
L’Islam è venuto per stabilire la giustizia su tutta la terra;
per instaurare, nella comunità umana, la giustizia sociale e mondiale.
Così come se un gruppo di musulmani traligna dal cammino di Dio e intraprende
il cammino dell’ingiustizia e della trasgressione, l’Islam ordina
agli altri di combattere contro i musulmani trasgressori.
“E se due gruppi di credenti si combattono, allora spingete entrambi alla
pace. E se uno dei due si ribella contro l’altro, allora combattete contro
colui che si ribella, fino a quando non si sarà inchinato davanti all’ordine
divino. Quindi, se egli si inchina, allora concludete fra essi una pace giusta
e pervenite a un punto di equilibrio. Dio ama coloro che giudicano con equilibrio”
(Corano, 49:9)
Ciò che è degno di attenzione in questo versetto, è rappresentato
dal fatto che i riconciliatori debbono regolare il conflitto fra i due belligeranti
con giustizia, affinché ognuno benefici del suo legittimo diritto; infatti,
quando il conflitto comincia con un’aggressione e con una violazione,
se i riconciliatori cercano di risolvere il problema incoraggiando una delle
parti a rinunciare ai propri diritti in favore dell’altra, lo spirito
di aggressione e di violazione si rafforza in quest’ultima.
Benché l’indulgenza e la rinuncia ai propri diritti sia una buona
azione, tuttavia, in questi casi, ciò ha una cattiva influenza sullo
spirito dell’aggressore. Per questo, lo scopo dell’Islam consiste
nell’estirpare dalla comunità islamica ogni sorta di oppressione
e di ingiustizia, affinché le persone siano rassicurate circa il fatto
che nessuno otterrà alcunché con la forza.
Il giusto comportamento dei musulmani nei confronti dei vinti, faceva sì
che questi ultimi fossero accolti fra loro o che si arrendessero. Ovunque, il
loro comportamento attirava le masse. Gli abitanti di Hams chiusero le porte
della città davanti all’armata di Harghal; dall’altra parte,
però, essi inviarono un messaggio ai musulmani, nel quale si diceva che
avrebbero preferito la sovranità e la giustizia di questi ultimi alla
tirannia dei Romani. Allorché l’armata dei musulmani, comandata
da Abu Obaidah, giunse in Giordania, i cristiani inviarono al condottiero la
seguente lettera:
“O musulmani, noi vi preferiamo ai Romani; benché questi ultimi
siano nostri correligionari, voi siete per noi più fidati, più
equi, più buoni. I Romani si sono imposti a noi. Essi ci hanno saccheggiato”
Il celebre orientalista Philippe Hitti così scrisse con riferimento all’occupazione
della Spagna da parte dei musulmani: “L’armata musulmana, ovunque
andasse, era accolta a braccia aperte dalle genti. Essa metteva a disposizione
di tutti sia l’acqua che i viveri, mentre le barricate venivano smobilitate
l’una dopo l’altra.
Le ragioni di questa attitudine sono chiare per coloro che hanno una piena conoscenza
dei crimini e delle ingiustizie perpetrate dai Visigoti”7
Nei paesi conquistati, i musulmani non obbligavano nessuno ad abbandonare la
propria religione.
L’ordine sociale dell’Islam garantisce la totale libertà
di culto alle minoranze religiose ufficiali, senza entrare minimamente in conflitto
con i loro culti e con i loro costumi. In questo ordine, l’Islam e le
altre religioni beneficiano degli stessi diritti.
Il prelievo della Zakat (imposta speciale per i musulmani) è anche un
atto di devozione. Ma questa imposta non costituisce un obbligo per gli adepti
delle altre religioni. Questi ultimi, in cambio, pagano la Jiziah, la quale
non ha alcun rilievo religioso, affinché essi non siano obbligati a partecipare
al culto musulmano. Essi pagano questa imposta per beneficiare della protezione
assoluta del governo islamico e delle garanzie che questo governo pone a disposizione
della società.
L’ordine islamico prende dunque in considerazione, non soltanto sul piano
individuale, ma anche sul piano più vasto della legislazione, i minimi
sentimenti degli adepti delle altre religioni celesti. Anche sul piano dei codici
civili e penali del diritto commerciale, i principi di queste religioni sono
integralmente rispettati, affinché queste minoranze possano beneficiare
di una totale libertà per quanto riguarda le loro credenze.
Il Corano precisa come i musulmani debbano comportarsi nei confronti degli adepti
di altre religioni. Esso incoraggia a comportarsi bene verso le masse non musulmane.
La sola cosa interdetta è l’amicizia con i nemici dell’Islam:
“Dio non vi impedisce, con riguardo a coloro che non vi hanno combattuto
per motivi religiosi e che non vi hanno cacciato dalle vostre case, di fare
loro la carità e di essere equi verso di loro.
Nient’altro: Dio vi impedisce, con riferimento a coloro che vi hanno combattuto
per la religione e cacciato dalle vostre case e prestato il fianco alla vostra
espulsione, di prenderli come amici, perché essi sono prevaricatori”
(Corano, 8:5)
Nell’epoca del Profeta, l’attitudine dell’Islam nei confronti
delle minoranze cristiane e giudaiche che vivevano nei territori musulmani,
era fondata su accordi bilaterali di coesistenza pacifica, mentre, a dispetto
della loro grande potenza, essi non li opprimevano mai.
Fin tanto che gli ebrei rispettavano gli accordi bilaterali, essi potevano vivere
presso i musulmani senza che alcun male fosse fatto loro. Dopo il decesso del
Messaggero ciò avverrà anche nell’epoca dei Califfi.
La somma guida dell’Islam diceva:
“Chiunque maltratti qualcun altro è come se maltrattasse me”
“Sappia che colui che è ingiusto verso un alleato non musulmano,
o che lo obbliga a un compito spossante o che gli sottragga un bene senza che
egli vi acconsenta, ebbene, nel giorno del giudizio, io argomenterò contro
di lui”
Nel periodo del suo califfato, Alì (che la pace di Dio sia su di lui)
incontrò un vecchio cieco e infermo. Egli gli chiese informazioni sul
suo conto. I suoi compagni gli dissero che si trattava di un cristiano, il quale,
in gioventù, era stato al servizio del governo. L’Imam dichiarò:
“Voi lo avete fatto lavorare durante la sua gioventù e adesso che
è vecchio, voi lo private dei suoi diritti. Egli convocò quindi
il tesoriere e ordinò a quest’ultimo che fossero versate al vegliardo
le spese di sussitenza”8
Il Dr. Vaglieri, professore all’Università di Napoli, dichiara:
“La vita delle nazioni vinte, i loro diritti civili e i loro beni sono
stati così ben protetti dal governo islamico, che si può ben affermare
che i loro diritti sono pressoché pari a quelli dei musulmani. I conquistatori
arabi erano sempre pronti a dire, anche all’apogeo delle loro vittorie
e della loro potenza: ‘Cessate le ostilità e pagate un’imposta
ragionevole; così beneficerete della nostra totale protezione. Voi avrete
i nostri stessi diritti’. Se noi esaminiamo le dichiarazioni di Muhammad
(che la pace e la benedizione di Dio sia su di lui e sulla sua santa Famiglia)
o le sue conquiste, noi vedremmo chiaramente che le accuse lanciate contro i
musulmani, secondo le quali essi avrebbero imposto l’Islam con la forza
della spada, non sono altro che calunnie. Il Corano dichiara: ‘Nessuna
coercizione nella religione’”
La storia dell’Islam ci tramanda numerosi versetti riguardanti la pazienza
e la moderazione di cui i musulmani hanno dato prova nei confronti dei fedeli
delle altre religioni. Così come il Profeta aveva personalmente garantito
ai cristiani di Najran che le loro chiese sarebbero state protette e così
come egli aveva ordinato al comandante del corpo di spedizione inviato nello
Yemen di non toccare nessun ebreo, così pure i musulmani agivano allo
stesso modo con gli adepti delle altre religioni, permettendo loro di praticare
i loro culti in piena libertà. Pagando la jizia, il cui ammontare era
inferiore all’imposta che pagavano i musulmani, essi potevano beneficiare
del sostegno del governo islamico.
Adam Menz, celebre orientalista, scrive:
“Ciò che avvantaggia i paesi musulmani rispetto all’Europa
cristiana, è il fatto che numerose minoranze religiose vivono in libertà
nei territori musulmani, mentre, al contrario, ciò non avviene nell’Europa
cristiana. Le sinagoghe e i templi delle altre religioni godono di una tale
libertà in terra islamica, che si direbbe che essi sono estranei all’autorità
del governo islamico. Questa libertà derivava dagli accordi e dai diritti
che gli ebrei e i cristiani avevano rivendicato e ottenuto. Questa coesistenza
era incomprensibile per l’Europa del Medio Evo”9
John Diven Porth, celebre scrittore e orientalista cristiano, scrive: “L’Islam
ha stabilito l’equità assoluta, non soltanto presso i musulmani,
ma anche tra i popoli vinti che erano sottoposti al suo protettorato. I fedeli
di altre religioni erano dispensati dalle imposte che si esigevano dalla chiesa
o da tutti gli altri corpi religiosi, come pure da tutte le imposte che si dovevano
pagare al governo”10
Il dottor Gustave Le Bon scrive:
“Nello spazio di qualche secolo, i musulmani hanno rinnovato completamente
l’Andalusia, sia a livello scientifico sia finanziario. Essi ne avevano
fatto la gloria dell’Europa. Anche i costumi erano stati cambiati. I musulmani
cercavano di insegnare ai cristiani una delle caratteristiche più preziose
ed elevate dell’umanità, ovvero la pacifica coesistenza con gli
adepti delle altre religioni. Il loro comportamento con i popoli vinti era così
aperto che essi permettevano ai vescovi di organizzare cerimonie religiose,
in modo che a Siviglia, nell’anno 872 dell’era cristiana, e a Cordova,
nell’anno 825, questi ultimi avevano organizzato conferenze religiose
di studio e di ricerca. Le numerose chiese edificate durante il regno dei musulmani,
dimostrano fino a che punto essi rispettassero le religioni dei popoli vinti.
Numerosi cristiani si sono convertiti all’Islam senza alcuna costrizione.
Sotto il regno dell’Islam, gli ebrei e i musulmani beneficiavano degli
stessi diritti dei musulmani. Essi potevano ottenere non importa quale posto
e rango nella Corte dei califfi”11
Bisognerebbe comparare la generosità e la liberalità dei musulmani
agli atti offensivi dei cristiani durante le crociate, al fine di comprendere
il significato della guerra dal punto di vista islamico. L’occupazione
di Gerusalemme da parte dei cristiani fu molto crudele. Fu il più orribile
massacro di quell’epoca. Gli abitanti furono trattati assai crudelmente.
Cumuli di mani, di piedi e di teste mozzate erano state ammassate nelle strade
di Gerusalemme. Diecimila persone furono preda della spada nella moschea di
Umar, nella quale si erano rifugiate. Il sangue che era corso nel tempio di
Salomone arrivava fino alle ginocchia dei cavalli. I cadaveri galleggiavano
su questo sangue.
Lo scrittore europeo Clark scrive:
“E’ certo che il mondo della morale non ha visto di buon occhio
le crociate, dato che nessuno, nel corso della storia, è stato peggiore
di costoro in dissolutezza e crudeltà, proprio quando essi pretendevano
di condurre una guerra santa.
Le crociate hanno lasciato un’impronta eterna sull’esasperazione
della vanità e sulle superstizioni in generale, e incoraggiato i più
meschini e peggiori fanatismi. La guerra era divenuta un dovere religioso e
invece di pregare e di fare il bene, il massacro dei musulmani guadagnava ai
cristiani l’indulgenza plenaria”12
Dopo gli ottantotto anni di regno crociato in Palestina, i musulmani scatenarono
la guerra per riconquistare questo territorio. L’Europa, al fine di conquistare
il suo dominio su Gerusalemme, inviò tutte le sue forze in Asia, ma invano.
E infine, il regno della croce fu rovesciato dal grande comandante Salahu-d-din
Ayoubi, fino all’espulsione dei crociati.
Nell’ottobre 1187 (583 dell’Egira), quando Gerusalemme si arrese
alle armate musulmane, aprendo le sue porte a questi intrepidi guerrieri, il
saggio e coraggioso Sultano, invece di vendicare il massacro dei musulmani e
le crudeltà commesse dai crociati, annunciò l’amnistia e
impedì il massacro, la tortura e il saccheggio dei cristiani, aggiungendo
così una pagina gloriosa alla storia delle conquiste islamiche. Nel corso
di questa dura guerra, tutta l’armata musulmana era sottoposta all’influenza
del potente spirito islamico e il suo comportamento era lungi dall’essere
crudele.
Salahu-d-din annunciò che tutti, in città, erano al sicuro. Gli
uomini, pagando dieci dinari, le donne cinque e i bambini due, solevano recarsi
ove volevano, poiché Gerusalemme era la città che godeva maggior
sicurezza in tutto il paese; visto che i capi e i comandanti delle altre regioni
vi custodivano le loro famiglie. Nel frattempo, il vescovo supremo voleva uscire
dalla città con tutti i suoi beni e le sue considerevoli ricchezze. Alcuni
proposero a Salahu-d-din di confiscargli i beni per distribuirli ai musulmani.
Il Sultano dichiarò: “Non commetterei mai un tale errore e non
gli toglierei nulla oltre a quanto stabilito”
John Diven Porth scrive:
“Quando Salahu-d-din, sultano di Siria, riprese Gerusalemme, in seguito
alla resa della città, non fu uccisa una sola persona; i cristiani furono
trattati con la massima benevolenza”13
La crudeltà dei cristiani in Occidente (Andalusia) non è risultata
meno devastatrice dei colpi arrecati in Oriente dai crociati.
Dopo tutti i servigi resi dai musulmani in Spagna, i capi religiosi cristiani
diedero l’ordine di massacrare tutti, vecchi e giovani, donne e uomini.
Dietro l’ordine del Papa, Filippo II ordinò di espellere tutti
i musulmani dalla Spagna. Ma prima che questi lasciasse il paese, su ordine
della Chiesa, tre quarti di loro furono massacrati. I superstiti non riuscirono
a fuggire, il tribunale dell’Inquisizione li condannò tutti alla
pena di morte. Tre milioni di musulmani furono vittime del fanatismo cristiano.
J.D.Porthe scrive;
“Chi dunque non ha pianto le ultime tracce della generosità e della
bravura, vale a dire la caduta dell’Impero Islamico di Spagna? Chi dunque
non ha il cuore pieno di ammirazione nei riguardi di questo popolo buono e coraggioso?
Questo stesso popolo che ha regnato in Spagna per ottocento anni, senza che
alcun cronista, sebbene ostile, potesse loro attribuire un solo caso di ingiustizia.
Ma al contrario, chi non ha risentito della vergogna delle istigazioni dei cristiani?
Queste stesse istigazioni che hanno seminato il vero fanatismo e incoraggiato
gli spiriti diabolici, contro i musulmani che tanto bene avevano apportato agli
spagnoli?”14
Georgie Zeydan, celebre cronista, scrive:
“Dopo la vittoria in Andalusia, i cristiani hanno obbligato i musulmani
a identificarsi con un emblema come gli ebrei e i malfattori, al fine di essere
riconosciuti. Poi li hanno obbligati a scegliere tra la morte e la conversione
al cristianesimo”15
“I cristiani, dopo essersi impadroniti della Spagna hanno trasformato
le moschee in chiese, hanno distrutto i cimiteri musulmani. Hanno loro vietato
di lavarsi mentre ciò è una cosa necessaria. Hanno distrutto le
loro sale da bagno”16
“Al tempo di Enrico IV, l’ondata dei combattenti spagnoli sollevata
contro gli abitanti del villaggio di Dolan si è avventata crudelmente
su di loro. Essi hanno strangolato tutti i quattro mila abitanti”17
Ecco il significato del “pacifismo cristiano”, nella storia.
Nel mondo contemporaneo, quando richiamano all’attenzione al comportamento
dei colonialisti civilizzati nei confronti delle nazioni dominate, ci si accorge
come essi calpestano il loro amore e li privavano dei privilegi della loro civiltà.
I loro metodi, i loro insegnamenti e le loro pratiche, segrete o no, mirano
bonariamente a colonizzare gli spiriti, il pensiero e le anime. Per conservare
i loro interessi, privano le masse della libertà e le mantengono in una
situazione cui non possono nuocere questi interessi.
E quando un grido si alza per reclamare giustizia, viene subito soffocato.
Il pacifismo è un escamotage di cui i grandi governi hanno sempre approfittato.
Ma questi partigiani della pace hanno forse abbandonato la guerra per regolare
le loro controversie per vie diplomatiche? Possiamo accordare un valore alle
loro manovre politiche? L’Islam fonda la pace sui fondamenti dell’educazione
morale e del controllo degli impulsi. La pacatezza inizia all’interno
dell’uomo per poi progredire verso la pace mondiale. Fino a quando l’individuo
non è in pace, il mondo non potrà godere della pace. Fino a quando
nel pensiero delle masse non regna un garante dell’esecuzione morale,
tutte le teorie e le grandi organizzazioni saranno votate allo scacco e saranno
incapaci di dirigere la comunità umana, in pace e coesistenza, come una
grande famiglia.
A dire il vero, l’individuo è il fondamento della società.
E’ per questo che l’Islam semina nella coscienza degli individui
la calma, attraverso la fede e l’ideologia, e sono questa fede e quest’ideologia
che si manifestano progressivamente nel suo comportamento e nella sua attitudine
sotto forma di una chiara verità, perché il mondo della verità
e della realizzazione è praticamente sinonimo del mondo della coscienza
e dell’interiorità.
Inoltre, non lascia solo l’uomo tra le mani della fede interiore e spirituale,
ma fissa garanzie e regolamenti rassicuranti, grazie ai quali ogni individuo
prova la giustizia e la calma. Coloro che vivono in un ambiente musulmano sentiranno
perfettamente che la loro vita e i loro beni vengono protetti. Infatti i membri
della comunità sono assicurati contro gli incidenti.
Quando alcune dottrine riconoscono i legami tra gli individui come importunità
e urti e affermano che le relazioni di ogni classe sono basate sull’obbligo
e la costituzione, l’Islam, fonda invece i legami sulla cooperazione,
la sicurezza e la pace, e grazie a una serie di costumi individuali e sociali
e insegnamenti morali elevati, impedisce lo spirito di animosità e di
rancore di risvegliarsi.
Quando il cuore degli uomini prende conoscenza di dolci e puri sentimenti, e
nelle loro coscienze nasce il senso di fraternità, la luce della misericordia
e della compassione calma i loro cuori. Poi, a poco a poco, si indeboliscono
e scompaiono i principali fattori di diatribe, di ingiustizia e di guerra. Così,
la pace e la serenità si instaurano nella società.
Nessun sistema né regime sulla terra non può essere equiparabile
ad alcun livello. La giustizia sociale, qualsiasi degrado raggiunga nel mondo,
non potrà estirpare interamente l’ingiustizia.
L’applicazione della giustizia per tutti è cosa impossibile, anche
con i differenti strumenti di cui l’umanità dispone, giacché
vi sono casi di ingiustizia che sono al di fuori della comprensione della giustizia
umana. Vi sono anche dei casi in cui i diritti di una persona vengono lesi senza
che se ne renda conto.
Attualmente, vediamo cosa intende l’Islam per pace e ciò che ne
pensa il mondo cosiddetto civilizzato. La pace che si augura l’Islam è
assai differente dalla pace come la concepiscono i dirigenti dei grandi paesi
e leaders che detengono nelle loro mani la sorte delle nazioni potenti: per
loro, la pace, è l’intesa tra i grandi governi colonialisti per
dividersi le risorse e le ricchezze dei piccoli paesi e per far sì che
il mondo sia sottomesso al loro colonialismo.
In altri termini, la pace rappresenta per loro “un’intesa reciproca
per depredare gli altri”. E’ per questo motivo che non danno mai
prova di buona volontà quando si tratta veramente di pace. Il loro chiasso,
le loro conferenze e le loro negoziazioni non sono che formalità. I loro
pretesi sforzi rimangono sempre senza risultati.
Ma l’Islam vuole una pace che sia basata sull’uguaglianza di tutte
le nazioni, in maniera che tutti, deboli o potenti, ne possano usufruire. L’Islam
cerca di stabilire una pace multilaterale e universale, lungi da ogni trasgressione
e corruzione.
La Carta della Nazioni Unite ha apparentemente come scopo quello di instaurare
una pace mondiale e mira ad annichilire qualsiasi fattore di guerra e di differenza.
Ma la libertà della volontà e del pensiero viene assicurata per
tutte le nazioni?
L’oppressione sul pensiero e il colonialismo esiste tra le nazioni, anche
durante i periodi di pace?
Il blocco dell’Est e il campo capitalista pretendono di stabilire un sistema
mondiale, ma quale sistema mondiale può dunque rimanere al suo posto
senza la libertà?
Nei blocchi dell’Est e dell’Ovest, coloro che si oppongono all’ideologia
della classe al potere non hanno praticamente il diritto di esistere.
Ma l’Islam non riconosce la pace come sufficiente alla felicità
degli uomini; riconosce come principio della vita sociale dei valori particolari
e persegue uno scopo supremo. L’Islam vuole assicurare all’umanità
la libertà di pensiero e di espressione, al fine che la comunità
possa ritrovare il cammino della felicità.
Di conseguenza, considera la ragione e la purezza dello spirito come l’unico
mezzo di progresso.
“Non vi sia costrizione nella religione! La retta via ben si distingue
dall’errore” (Corano 2, 256).
“E dal vostro Signore vi son giunti i mezzi per la percezione del Vero.
Chi è veggente l’è a suo vantaggio, chi è cieco lo
è a suo danno: Io non sono il vostro custode” (Corano 6, 104)
“Ammonisci, ché un ammonitore tu sei, non sei stato nominato loro
sovrano!” (Corano 88, 21-22)
La credenza e la fede sono compito del cuore; non possono essere imposte con
la forza quando non vi è alcuna inclinazione interiore. Numerosi fattori
intervengono per formare un pensiero o un’ideologia nello spirito degli
uomini; per cambiarli, occorre dunque fare ricorso a un’educazione corretta,
alla logica e al ragionamento.
Quando l’Islam ha imposto la libertà con la forza delle armi, ed
è scomparsa l’oppressione, le genti potevano convertirsi, senza
alcuna paura, all’Islam o scegliere a loro piacere un’altra religione
celeste.
I predicatori cristiani, vale a dire coloro che hanno dedotto, dopo aver giudicato
superficialmente la jihad, che l’Islam era progredito attraverso la forza
della spada, sono senza alcun dubbio nell’errore.
“Se il loro ragionamento nei riguardi della jihad e delle incursioni del
Profeta è errato, non vi è niente di sconvolgente in merito. Ciò
che è scandaloso, è che i pianificatori di questa falsità
non facciano nient’altro che guerreggiare tra loro, di schiacciarsi e
opprimere. Anche i loro religiosi, i loro papi e i loro anacoreti hanno inflitto
una tale pressione sui non cristiani e sui cristiani accusati d’eresia,
al tempo dell’Inquisizione, che hanno lungamente sorpassato i Tartari
e i Mongoli”18
Il trattato di pace di ‘Hadibieh’ che il Profeta concluse con i
politeisti Coreisciti, mirava a stabilire la pace e la sicurezza nei territori
arabi. Le clausole di questo trattato riflettono lo spirito dell’Islam
e i suoi principi umani. Ecco uno degli articoli più importanti di questo
trattato:
“Ogni membro della tribù Coreiscita che fuggirà alla Mecca
per congiungersi ai musulmani, senza l’autorizzazione dei più grandi,
dovrà essere consegnato alla sua tribù dal Profeta. Ma se è
un musulmano che sfugge verso i Coreisciti, questi ultimi non dovranno consegnarlo”
Alcuni musulmani, non contenti di quest’articolo, hanno chiesto al Profeta
perché aveva stabilito ciò. Rispose:
“Se un musulmano è pronto a rinunciare all’Islam e a prendere
il cammino dell’empietà, e preferisce l’ambiente idolatra
e i suoi riti inumani a quello dell’Islam e al monoteismo, allora, ciò
vuol dire che egli non si è convertito con franchezza, e che la sua fede,
che è debole, non ha potuto soddisfare la sua natura. Tale musulmano
non ci serve a niente. Ma se noi consegniamo i rifugiati Coreisciti, siamo sicuri
che Dio si incaricherà della loro salvezza e della loro libertà”19
Dopo le affermazioni del Messaggero, secondo cui Dio provvederà alla
loro salvezza, bisogna dire che poco tempo dopo, i Coreisciti chiesero l’abolizione
di questa clausola.
Le guerre e i massacri, nei diversi punti del mondo, sono una prova evidente
dell’impotenza della civilizzazione materialista per ricostruire il mondo
sui valori umani e assicurare la pace mondiale.
Tenuto conto di questi principi a proposito della guerra e della pace, l’Islam
condanna tutti i fattori che attualmente causano guerre. Sconfessa tutte le
guerre che il mondo civilizzato ha sferrato contro l’umanità per
i suoi interessi materiali e per ridurre alla schiavitù le altre nazioni.
Senza alcun dubbio, fino a quando i valori spirituali e umani e il rispetto
dei diritti e la sottomissione alla verità e al giusto, non regneranno
sul pensiero della società, sarà impossibile che il mondo gioisca
della pace e della serenità. Non possiamo attendere il meglio in un mondo
in cui i criteri morali e i principi umani sono stati distrutti.
Sappiamo bene che con l’evoluzione della tecnologia e della civilizzazione
materialista, alcune nazioni, assumendo il pretesto che per mantenere la pace
occorre essere sempre pronti alla guerra, si improntano a fabbricare le armi
più pericolose. Su questo, l’umanità non ha che due soluzioni:
la distruzione completa e la scomparsa delle nazioni nelle guerre, o la fede
in Dio e il rispetto dei principi morali e umani che i profeti hanno apportato
alla comunità umana. Così l’uomo, in luogo di sprecare le
sue forze fisiche e mentali a sua distruzione, potrà impiegarle nella
via della salvezza.
Crediamo che un giorno, l’uomo avrà il privilegio di conoscere
tutti gli insegnamenti della grande Guida dell’Islam e potrà sfruttare
questa immensa fonte per raggiungere la felicità. Egli non avrà
finalmente altra soluzione che avvicinarsi all’Islam per essere salvato
dallo smarrimento e dalla depravazione.
Come ha detto Tolstoi:
“Il cammino di Muhammad, in accordo con la ragione e la saggezza, si estenderà
in avvenire sul mondo intero”
1Wasàil, kitab al-jihad, parte 1, tomo 15, p. 5
2Storia Tabari, tomo 4, p. 520
3Wasàil, tomo 4 p. 30
4La guerra e la pace nell’Islam, p. 214
5Il Profeta dell’Islam sul campo di battaglia p. 9
6Wasàil tomo 11 p. 43
7Storia araba tomo 2 p. 638
8Wasàil tomo 11 p. 49
9Abdul Afif Tabbareh Ruh al-din al-Islami
10Il pentimento presso Muhammad e il Corano pp. 105-106
11Civilizzazione islamica e araba p. 345
12Il pentimento presso Muhammad e il Corano p. 139
13Il pentimento presso Muhammad e il Corano
14Il pentimento presso Muhammad e il Corano p. 133
15Storia della civilità islamica tomo 4, p. 282
16La gloria dei mussulmani in Spagna p. 243
17Le crociate tomo 1 pag. 47
18L’Islam dottrina di lotta p. 9
19Bihar tomo 20 p. 312