Indice Generale>I Principi>La Profezia>Il testamento del sommo Profeta ai Musulmani
Introduzione
L'umanità, al pari delle altre parti del creato, è destinata a
mutare, ad alterarsi. Analogamente, la netta differenza che esistente nella
costituzione di ogni singolo essere umano crea negli uomini disposizioni diverse,
per effetto delle quali le persone differiscono tra loro nel grado di comprensione
e nella capacità di memorizzare delle idee e dei concetti.
Perciò, se le convinzioni, le tradizioni e le norme che governano una
comunità non sono ben radicate, se non sono protette da fedeli e affidabili
guardiani, cadono rapidamente in balia di alterazioni e falsificazioni e si
annientano. L'esperienza lo dimostra chiaramente.
Per prevenire questo pericolo il sommo Profeta presentò un saldo e sicuro
documento e dei guardiani competenti per la sua universale e perpetua religione:
raccomandò alla gente il Libro di Dio e la nobile Gente della sua casa.
Tutte le scuole (sia quelle sunnite sia quelle sciite) hanno, infatti, tramandato
in modo reiterato [cioè in modo tale da non lasciare il minimo dubbio
sull'autenticità della tradizione] che il sommo Profeta ha piú
volte detto: "Me ne vado e vi affido due preziose cose: il Libro
di Dio (il Corano) e la Gente della mia casa (Al'itrah). Queste due cose non
si divideranno mai tra loro e finché vi atterrete a esse non vi travierete".
Il nobile Corano
Il nobile Corano è la fonte delle verità e delle conoscenze islamiche,
è il libro ispirato al profeta dell'Islam ed è la prova della
sua funzione profetica.
Il generoso Corano è la parola di Dio l'Altissimo, è un insieme
di sublimi insegnamenti rivelati al sommo Profeta dall'Onnipotente, è
il mezzo con il quale è stato mostrato all'uomo il sentiero che conduce
alla beatitudine.
Il Corano rivela all'essere umano una serie di fondamenti teorici e pratici
mediante la cui applicazione egli può raggiungere la felicità,
in questo mondo e nell'Aldilà.
Questo celeste libro è stato gradualmente rivelato nel corso dei ventitré
anni della missione del sommo Profeta e ha risposto a tutte le necessità
della società umana. È un libro che nelle sue dichiarazioni non
mira ad altro che a guidare la gente verso la beatitudine. Esso insegna, con
chiare ed efficaci espressioni, ad acquisire tre cose che costituiscono le basi
della beatitudine dell'individuo e della società umana: un credo giusto,
un carattere integro e una buona condotta: "Ti abbiamo rivelato
questo libro come chiarimento d'ogni cosa"1.
Il Corano esprime in breve il sapere islamico e indirizza la gente verso il
Profeta per una descrizione dettagliata dei princípi e delle norme di
questa sacra religione, specialmente per le spiegazioni intorno alle varie questioni
di diritto islamico: "Ti abbiamo rivelato il Corano affinché
tu chiarisca alla gente ciò che è stato loro inviato da Dio.2"Ti
abbiamo rivelato questo libro affinché tu risolva le controversie della
gente e chiarisca loro la verità "3
Lungi dall'invitare gli uomini a una cieca accettazione della religione, il
Corano, rivolgendosi a essi con la loro usuale lingua e innata logica, ricorda
loro una serie di conoscenze che essi comprendono insitamente e che non possono
assolutamente negare. Dice Dio l'Altissimo: "Il Corano è
il verbo che distingue il vero dal falso e non è stato pronunciato invano,
sventatamente"4.
I concetti esposti dal Corano, nel loro dominio di validità, si applicano
a ogni uomo e in ogni tempo. La parola coranica si distingue dai soliti discorsi
della gente, nei quali di un problema vengono considerati quegli aspetti che
l'intelletto e il pensiero umano è in grado di comprendere e trascurati
invece gli altri. Nel verbo divino sono stati invero considerati tutti gli aspetti
(sia quelli manifesti sia quelli nascosti) delle questioni trattate, esso tiene
conto di tutti i vantaggi e gli svantaggi delle cose.
È perciò necessario che ogni Musulmano assuma un atteggiamento
realista, ricordi costantemente il versetto poc'anzi citato, consideri la parola
di Dio come vivente ed eterna, non si limiti a ciò che gli altri hanno
compreso e detto riguardo ad essa e non chiuda dinanzi a sé le porte
del libero pensare (che è l'unico esclusivo capitale umano e il Corano
esorta insistentemente l'uomo a giovarsi di esso). Infatti il Libro di Dio è
per sempre e per tutti la parola che distingue il vero dal falso e un simile
libro non si limiterà mai alla comprensione di un determinato gruppo
di persone. Dio l'Altissimo dice: "O Musulmani, non siate come
quelli che ricevettero il Libro in precedenza e che per effetto del periodo
trascorso i loro cuori si indurirono ed essi non accettarono le verità
divine"5.
Il nobile Corano chiede agli uomini di accettare la verità facendo appello
alla loro intima natura. In altre parole, essi devono in primo luogo prepararsi
ad accogliere incondizionatamente la verità e ad accettare, senza prestare
ascolto alle tentazioni di Satana e al richiamo delle passioni, ciò che
hanno riconosciuto essere giusto, ciò che è utile e proficuo per
la loro vita terrena e ultraterrena; dopodiché devono esaminare il sapere
islamico e se vedono che questo è conforme alla verità, se vedono
che il loro reale vantaggio, la loro effettiva tranquillità sta nell'accettarlo,
nell'applicarlo, lo accettino incondizionatamente.
È evidente che una volta accettato, il metodo di vita dell'uomo e lo
statuto che sarà attuato nella società umana consisteranno in
una serie di norme e leggi desiderate e ricercate istintivamente e naturalmente
dall'essere umano. Sarà insomma un metodo uniforme, tutti i suoi elementi
e tutti i suoi fondamenti saranno in perfetto accordo con la particolare conformazione
dell'uomo. In esso non vi sarà alcuna contraddizione, alcuna incoerenza;
non sarà un metodo che in un punto trae origine dalla spiritualità
e in un altro dalla materialità, in un caso è conforme al sano
intelletto e in un altro va dietro alle passioni: "Il Corano guida
la gente alla verità, a una via, un metodo uniforme, assolutamente privo
di contraddizioni e incoerenze6.
Questo Corano guida la gente verso la religione piú potente e giusta
di qualsiasi altra religione "7.
In un altro versetto il Signore considera l'assoluta conformità esistente
tra l'Islam e la natura umana come la ragione della sua potenza e della sua
giustezza. È infatti evidente che il metodo che soddisfa i naturali desideri
e le reali necessità dell'uomo, realizzerà quest'ultimo e lo renderà
beato come meglio non è possibile: "Aderisci saldamente
alla religione che è perfettamente conforme alla particolare natura dell'uomo,
la quale è immutabile e inalterabile. Questa è la religione che
è in grado di amministrare e dirigere la società umana e di condurla
alla beatitudine8. Questo
è un libro chi ti abbiamo rivelato perché tu conduca gli uomini
dalle tenebre alla luce "9.
Il nobile Corano invita la gente a seguire un chiaro sentiero che conduce agevolmente
l'uomo all'ambita meta. Questa via dà una corretta risposta ai desideri
innati dell'uomo (che non sono altro che i suoi reali bisogni) e sarà
in accordo la sana ragione umana. Questa via, questo sentiero non è altro
che l'Islam, religione conforme a quanto di innato, di insito esiste nell'uomo.
Di contro, il metodo basato sulle passioni e volto fondamentalmente a soddisfare
gli istinti animali delle persone influenti della società, quello basato
su una pedissequa imitazione degli avi e degli antenati e il metodo che una
nazione sottosviluppata e impotente prende (senza esaminarlo minimamente né
confrontarlo con la logica dettata dalla sana ragione) dalle nazioni capaci
e potenti, accettando acriticamente tutto ciò che trova in questi paesi
e rendendosi cosí simili a essi, si, tutti questi metodi fanno sprofondare
l'uomo nelle tenebre e non garantiscono assolutamente a chi li applica il raggiungimento
della meta prefissata. A tal proposito Dio l'Altissimo dice: "Colui
che era [spiritualmente] morto e che Noi (per mezzo della religione) abbiamo
resuscitato e a cui abbiamo dato una luce con la quale percorre tra la gente
il sentiero della vita è forse simile a chi brancola nelle tenebre senza
poterne uscire?"10.
Quanto abbiamo finora detto può far bene comprendere quanto sia importante
questo sacro libro per l'Islam e i Musulmani. Esso inoltre, dal tempo in cui
è stato rivelato fino a oggi (quattordici secoli), ha costantemente goduto,
sotto diversi punti di vista, di una grande stima e riverenza nelle diverse
società umane e ha sempre attirato verso di sé l'attenzione degli
uomini.
Il Corano è il garante dell'Islam, religione universale e perpetua e
in esso sono stati incantevolmente esposti gli aspetti fondamentali del sublime
sapere islamico. Sotto questo punto di vista quindi il suo valore è pari
a quello della stessa religione islamica.
Per concludere ricordiamo che questo sacro libro oltre a essere la parola di
Dio è anche l'eterno miracolo del sommo profeta Muhammad (S).
Il Corano è un miracolo
L'arabo è una lingua ricca e potente, capace d'esprimere nel piú
chiaro e piú preciso dei modi gl'intimi propositi umani e in questo ambito
nessuna lingua può reggere il confronto con quella araba.
La storia testimonia che gli Arabi dell'era pagana (preislamica), che erano
per lo piú nomadi, lontani dalla civiltà e privi di molte delle
comodità della vita, in materia di eloquenza e capacità espressive
occupavano una posizione di spicco. Non è infatti possibile trovare,
lungo il corso della storia, un solo avversario capace di rivaleggiare con essi
in questo campo.
Nel mondo letterario arabo, un eloquio forbito aveva il piú alto dei
valori, discorsi pronunciati con elegante stile letterario godevano di una grande
stima. Con lo stesso rispetto con il quale installavano i loro idoli e i loro
dèi all'interno della Ka'bah, affiggevano sui muri di questo sacro edificio
le incantevoli e piacevoli poesie dei loro piú insigni poeti. Senza commettere
il minimo errore usavano una lingua vasta e piena di simboli e precise regole
com'è quella araba; nell'abbellire e decorare il loro eloquio erano poi
straordinari.
Quando i primi versetti del Corano furono rivelati al sommo Profeta e letti
alla gente, grande fu l'agitazione che si creò tra gli Arabi e i loro
letterati. Lo stile incantevole, piacevolissimo e profondo del Corano aveva
completamente conquistato i cuori della gente e aveva fatto innamorare di sé
i ricercatori di spiritualità, tanto che aveva fatto dimenticare loro
tutte le proprie forbite ed eleganti composizioni; arrivarono addirittura a
tirare via dai muri della Ka'bah le poesie dei loro grandi maestri (chiamate
mu'allagàt).
Queste divine parole, con la loro infinita bellezza e il loro immenso fascino
incantavano ogni cuore e con il loro piacevole ritmo cadenzato facevano azzittire
i piú facondi oratori. Tutto ciò era però assai difficile
da accettare per le tribú politeiste e idolatre, poiché il Corano,
con la sua efficace esposizione e la salda logica spiegava e provava la religione
monoteista, biasimando fortemente il politeismo e l'idolatria, spregiando gli
idoli che la gente considerava delle divinità, ai quali ricorreva nei
momenti di bisogno, in onore dei quali faceva sacrifici e che adorava al posto
di Dio. Il Corano presentava tali idoli come delle inerti e inutili statue di
pietra e di legno. Questo sacro libro invitava gli Arabi, che erano selvaggi,
superbi, presuntuosi e che si procuravano da vivere attraverso l'assassinio
e il brigantaggio, a seguire la religione incentrata sull'adorazione del Dio
Unico, a essere giusti e umani.
Erano questi i motivi che spinsero gli Arabi idolatri a battersi con ogni mezzo
a loro disposizione per spegnere questa fulgente luce della guida sul retto
sentiero (senza però mai giungere al loro scopo).
Il Profeta, agli inizi della sua nobile missione profetica, fu portato da Walíd,
che era un maestro di eloquenza e un celebre retore arabo. Il nobile Profeta
gli recitò i primi versetti della sura "Ha Mim Sajdah" e il
superbo e presuntuoso oratore li ascoltò attentamente; quando l'Inviato
di Dio arrivò al seguente versetto: "Se quindi si rifiutano
[di prestare fede], di' loro: ‘Vi metto in guardia da un castigo simile
a quello che hanno ricevuto le tribú di Ad e Samúd"11,
Walíd rimase sconvolto e iniziò a tremare, quindi perse i sensi.
L'incidente mise termine all'incontro e i presenti se ne andarono.
In seguito, un gruppo di persone vennero da Walíd e si lamentarono con
lui affermando che il suo comportamento li aveva umiliati e disonorati dinanzi
a Muhammad (S). Walíd rispose: "Vi giuro che siete in errore! Voi
sapete bene che io non ho paura di nessuno e che non miro al benché minimo
utile e privilegio: sono un letterato, un retore! Le parole che ho sentito da
Muhammad non assomigliano a quelle della gente comune; esse sono attraenti e
seducenti, non si possono qualificare né come poesia né come prosa.
Esse sono profonde e piene di significato. Se proprio volete il mio giudizio,
sappiate che al momento non ho nulla da dire; lasciatemi tre giorni di tempo
per riflettere". Dopo tre giorni ritornarono ed egli disse: "Le parole
di Muhammad sono opera di magia e stregoneria: esse ingannano e seducono i cuori".
In seguito a questo giudizio, i politeisti considerarono il Corano come atto
di stregoneria, di magia. Evitavano di ascoltarlo e impedivano alla gente di
prestare orecchio alla recitazione dei suoi versetti. Talvolta, quando il sommo
Profeta recitava i sacri versetti di questo divino libro nella Moschea Sacra
(Masjidulharàm) gridavano e battevano le mani affinché la gente
non sentisse la sua voce. Tuttavia, l'avvincente stile del Corano li aveva attratti
cosí tanto che spesso, approfittando del buio della notte, si riunivano
dietro il muro della casa del Profeta e ascoltavano la recitazione di questo
sacro libro. Mormoravano allora l'un l'altro: "Questa non può essere
considerata la parola di una creatura". A tal riguardo Dio l'Eccelso afferma:
"Noi sappiamo meglio con quale intenzione i miscredenti si mettono
ad ascoltare il Corano quando tu lo reciti; Noi meglio sappiamo cosa si bisbigliano
tra di loro nell'orecchio quando gli iniqui dicono ai seguaci del Profeta: ‘Non
seguite che un uomo stregato'"12.
Quando il sommo Profeta recitava accanto alla Ka'bah il Corano e invitava la
gente all'Islam, gli oratori arabi di passaggio si piegavano per non visti,
per non essere riconosciuti: "Essi si piegavano per nascondersi
dal sommo Profeta"13 .
La messa sotto accusa del Profeta
I miscredenti e i politeisti non soltanto consideravano il nobile Corano come
un'opera di magia, ma vedevano l'intera missione del Profeta come un'opera di
stregoneria. Ogniqualvolta l'Inviato di Dio invitava le persone a seguire il
sentiero di Dio, trasmetteva loro determinate verità oppure le consigliava
al bene, essi affermavano che egli le stava stregando. Egli non faceva altro
che esporre dei concetti la cui validità poteva essere insitamente compresa
dall'intelletto umano e mostrare il retto sentiero nel quale si poteva concretamente
vedere la beatitudine umana.
Tutto ciò non può essere chiamato stregoneria. È forse
stregoneria dire agli uomini di non adorare oggetti di pietra e di legno da
loro stessi intagliati? È stregoneria dire di non sacrificare i propri
figli per degli inerti e insignificanti oggetti e di non essere superstiziosi?
È stregoneria una morale basata su virtú quali la sincerità,
l'onestà, la benevolenza, la filantropia, il pacifismo, l'equità
e l'essere rispettosi verso i diritti umani?
Dio l'Altissimo, nel Corano, dice: "Quando dici ai miscredenti:
‘Sarete risuscitati dopo la morte' essi dicono: ‘Non si tratta che
di evidente opera di stregoneria'"14.
Il Corano sfida i politeisti
I miscredenti e i politeisti che credevano fermamente nell'idolatria, non erano
assolutamente disposti ad accettare l'invito dell'Islam e a sottomettersi alla
verità. Di conseguenza diffamavano il sommo Profeta accusandolo di essere
un bugiardo e affermando che il Corano non era la parola di Dio ma un suo personale
componimento.
Per confutare questa accusa, il nobile Corano sfidò gli impareggiabili
letterati arabi dell'epoca a produrre versetti simili ai suoi e dimostrare cosí
la falsità della religione islamica, se erano sinceri nell'accusare il
Profeta: "...oppure dicono: ‘Il Corano se lo è inventato
lui'?! Ma [ciò non è vero; in verità, a causa della loro
empietà e della loro invidia] essi non credono. Portino dunque anche
loro un testo simile a esso se sono sinceri"15.
In un altro versetto leggiamo poi: "Dicono forse: ‘Il Corano
è un testo menzognero che è ingiustamente attribuito a Dio (in
realtà è la parola di Muhammad, non quella di Dio)'?! Di': ‘Se
siete sinceri portate anche voi una sura simile a quelle del Corano e chiedete
aiuto ai vostri dèi ( gli idoli ) e a chi potete all'infuori di Dio'"16.
I miscredenti e i politeisti arabi, che erano maestri di eloquenza, con tutta
quella superbia e presunzione che avevano nel dimostrare le loro capacità
oratorie, non raccolsero la sfida lanciata dal Corano e si tirarono indietro.
Essi furono cosí costretti a trasformare la disputa letteraria in conflitto
armato. Da ciò è possibile dedurre che per questi empi era piú
facile morire che perdere la faccia in una contesa letteraria.
I letterati arabi, sia quelli che vissero all'epoca della rivelazione che quelli
che vennero dopo, furono incapaci di sconfiggere il Corano; dopo un lungo braccio
di ferro furono infatti costretti a indietreggiare e arrendersi.
L'uomo tende insitamente a rivaleggiare in modo costante con gli altri al fine
di creare capolavori e opere d'arte simili o migliori di quelle create dagli
altri; ciò avviene anche nei casi in cui tali opere non hanno la benché
minima influenza diretta sulla società, come nel caso delle gare di pugilato
o di acrobazia. Da ciò si deduce che esistono sempre delle persone che
si danno costantemente da fare per sconfiggere il Corano e che non perdono un
istante di tempo per applicare qualsiasi metodo da loro trovato per vincere
questo celeste libro.
In ogni caso i miscredenti arabi non sono stati capaci di vincere il Corano
e non sono riusciti a presentarlo come opera di stregoneria, perché la
stregoneria è un atto che consiste nel far apparire il vero come falso
e viceversa. Ora, il fatto che il Corano riesce, con il suo elegante stile e
il suo avvincente ritmo cadenzato, a conquistare i cuori degli uomini è
dovuto alle sue straordinarie doti e non al fatto che esso strega e inganna
la gente.
Quando poi invita l'uomo a raggiungere una serie di importanti obiettivi, gli
ricorda dei princípi che già comprende insitamente essere giusti,
esorta la gente ad assumere una serie di virtú (quali l'essere equi,
filantropi, riconoscenti e benevoli) che il sano intelletto non può non
approvare e non lodare, lo fa solo al fine di esporre la verità.
La divina e miracolosa natura del Corano non ha permesso ai suoi nemici di dire:
"Noi ammettiamo che il Corano è l'apice dell'espressione letteraria
umana e che la sua eleganza, la sua facondia e il suo fascino sono impareggiabili;
tutto ciò però non è sufficiente a dimostrare che esso
ha natura divina. Per ogni virtú nella quale vi sia possibilità
di progresso, la storia ricorda una persona che ha posseduto tale virtú
in misura maggiore rispetto agli altri; lo stesso dicasi per le arti. Ora, pur
ammettendo che il Profeta occupi tra gli Arabi il primo posto nel discorrere
con un particolare ritmo cadenzato, tale eloquio avrebbe in ogni caso natura
umana e, in quanto tale, sarebbe raggiungibile". Nessuno dei letterati
dell'epoca del Profeta è riuscito a fare o dimostrare una tale affermazione.
In effetti, una qualsiasi virtú o arte che grazie a un persona particolarmente
dotata ha raggiunto il suo massimo grado di progresso, ha in ogni caso preso
origine dalle capacità e dalle attitudini umane; perciò anche
gli altri sono in grado di percorrere il sentiero tracciato da questa persona
e, sforzandosi, possono compiere o produrre opere simili alle sue e sotto certi
aspetti anche superiori, pur non riuscendo a eguagliarlo sotto tutti gli aspetti.
Egli è stato un pioniere ed ha aperto la strada agli altri, ai suoi futuri
rivali.
Ad esempio, ammettendo che nessuno possa superare in generosità il celebre
Hàtam Tai, non si può tuttavia escludere che qualcuno possa compiere
opere simili alle sue. Allo stesso modo, ammettendo che nessuno possa superare
la calligrafia di Mir o la pittura di Màni, non si può però
escludere che qualcuno, impegnandosi, possa scrivere perlomeno una parola alla
maniera del primo oppure dipingere un quadro con lo stesso stile del secondo.
Se il nobile Corano fosse stato la piú faconda espressione letteraria
dell'uomo (e non il verbo divino), in base alla sopraccitata regola generale,
altre persone, in particolare i rinomati letterati del mondo, avrebbero potuto,
sforzandosi e lavorando seriamente sullo stile coranico, creare un libro simile
ad esso o perlomeno una sura simile alle sue. Ora, il Corano sfida i suoi nemici
a produrre un verbo simile al suo, non uno migliore: "Portino dunque
un verbo simile a esso se sono sinceri17.
Portate una sura simile alle sue18.
Se siete sinceri, portate anche voi dieci sure inventate simili alle sue e chiamate
in vostro aiuto chiunque potete all'infuori di Dio19.
Di': ‘Se gli uomini e i ginn si associassero al fine di creare un libro
simile al Corano non riuscirebbero a crearlo, neanche se si aiutassero a vicenda
'"20.
Per concludere bisogna ricordare che il Corano non prevale sugli altri solamente
per la sua facondia e il suo straordinario ritmo cadenzato, ma anche per altre
cose (quali il potere di rispondere concretamente a tutte le necessità
dell'uomo, la capacità di comunicare notizie riguardanti l'occulto e
di esprimere determinate verità) che appaiono in esso.
Il Corano sfida tutti gli uomini e proclama loro che non riusciranno mai a creare
un libro simile a esso.
L'Ahlubait del Profeta
Nel lessico, sia in quello classico che in quello familiare, col termine "ahlubait
di un uomo" si indicano le persone che vivono nella sua casa, quali la
moglie, i figli e i servitori. Talvolta il significato di questa parola viene
esteso in modo da indicare i parenti stretti quali il padre, la madre, le sorelle,
i fratelli, i nipoti, le nipoti, gli zii, le zie, i cugini e le cugine.
Tuttavia l'espressione "Ahlulbait" che troviamo nel Corano e nelle
tradizioni del Profeta e degli Imam assume un significato diverso dai due sopraccitati.
Secondo tradizioni tramandate (sia dalle fonti sunnite che da quelle sciite)
in modo tale da non lasciare la minima ombra di dubbio sulla loro autenticità,
il termine "Ahlulbait" indica l'insieme delle seguenti quattordici
persone: il profeta Muhammad, Alí, Fatima, Hasàn, Husàin
e i nove infallibili imàm discendenti da quest'ultimo.
Perciò il resto delle persone che vivevano nella casa del sommo Profeta
e cosí pure i suoi parenti, nonostante vengano correntemente considerati
facenti parte dell'ahlulbait, in base all'accezione poc'anzi citata non facevano
parte di essa. In tal modo, perfino Khadíjah, che era la prediletta moglie
del Profeta e la madre di Fatima, e Ibrahím, che aveva il grande onore
di essere il figlio del Profeta, non devono essere considerati come facenti
parte dell'Ahlulbait.
Con in termine "Ahlubait del Profeta" si intende poi solitamente le
seguenti tredici persone: Alí, Fatima, Hasan, Husain e i nove infallibili
imam da lui discendenti.
I membri dell'Ahlubait del Profeta si distinguono per le loro numerose virtú,
i loro eccezionali meriti e gli irraggiungibili e impareggiabili gradi spirituali
da loro posseduti, i piú importanti dei quali sono:
1) il grado di infallibilità e purezza, secondo quanto dice il seguente
versetto coranico: "O membri dell'Ahlubait del Profeta, in verità
Dio vuole allontanare da voi ogni impurità e purificarvi completamente"
. È bene sapere che chi possiede tale grado spirituale non commette alcun
peccato.
2) Secondo la nota tradizione dello Thagalàin, citata in precedenza,
l'Ahlubait del Profeta e il Corano staranno sempre insieme, non si separeranno
mai tra di loro; di conseguenza i suoi componenti non sbaglieranno mai nell'interpretare
i versetti del sacro Corano e nel comprendere i sublimi propositi dell'illuminante
religione islamica.
Il possedimento di questi due gradi spirituali da parte dei componenti dell'Ahlubait
del Profeta implica necessariamente che tutti i loro detti e tutte le loro azioni
siano, al pari dei detti e delle azioni dello stesso Profeta, legge e argomento;
questo è uno dei principi della dottrina sciita.
Le espresse virtú di Alí e degli altri componenti dell'Ahlubait
del Profeta
Riguardo alle virtú del nobile Alí e dei restanti componenti dell'Ahlulbait,
le fonti sunnite e cosí pure quelle sciite hanno tramandato molte tradizioni
risalenti al sommo Profeta. Ci limiteremo a citarne tre.
Nel sesto anno dell'Egira, i Cristiani della città di Najràn scelsero
alcuni dei loro notabili e sapienti e li inviarono a Medina.
Questi delegati affrontarono dapprima una disputa con il sommo Profeta, dalla
quale uscirono vinti e sopraffatti; fu cosí rivelato il Versetto della
Mubàhalah: "Dopo i chiari argomenti che ti sono pervenuti,
se qualcuno disputa ancora con te riguardo a lui [Gesú], di': ‘Venite,
chiamiamo i nostri figli e i vostri figli, le nostre donne e le vostre donne,
noi stessi e voi stessi; preghiamo e supplichiamo quindi Dio e malediciamo i
mendaci"21.
Obbedendo all'ordine contenuto in questo versetto, il sommo Profeta propose
agli emissari di Najràn di chiamare le loro donne e i loro figli e fare
mubàhalah, di maledire cioè i mendaci affinché Dio li punisca.
Essi accettarono la proposta e si diedero appuntamento il giorno successivo.
Un folto gruppo di Musulmani e cosí pure la delegazione venuta da Najràn
si presentarono all'appuntamento e si misero in attesa dell'arrivo del Profeta
per vedere come e con chi si sarebbe presentato per affrontare la mubàhalah.
Gli astanti videro a un certo punto giungere il profeta Muhammad che teneva
in braccio Husain e Hasan per la mano, seguito da sua figlia Fatima, seguita
a sua volta da Alí. Indi il Profeta si volse ai suoi nobili accompagnatori
e ordinò loro di dire "àmin" nel momento in cui avesse
invocato il Signore [per maledire i mendaci durante la mubahalah].
Lo spettacolo di questo piccolo gruppo risplendente di luce, di giustizia, di
verità, di assoluto affidamento a Dio Eccelso, sconvolse i componenti
della delegazione giunta da Najràn; il loro capo disse allora: "Giuro
su Dio che vedo dei volti che se si rivolgono a Dio tutti i Cristiani della
terra saranno sterminati". Cosicché vennero dal sommo Profeta per
chiedergli di esimerli dalla mubàhalah. Il Profeta disse allora: "Diventate
quindi Musulmani" ed essi risposero: "Noi non siamo in grado di fare
guerra ai Musulmani, c'impegnamo però a pagare annualmente una tassa
e vivere cosí sotto la protezione del governo islamico". Cosí
ebbe termine la controversia.
Dal fatto che solo Alí, Fatima, Hasan e Husain, la pace sia su di loro,
accompagnarono il Profeta per eseguire la mubàhalah con i Cristiani,
si deduce che il sopraccitato versetto con le espressioni "i nostri figli",
"le nostre donne", "noi stessi" intende solamente il sommo
Profeta, Alí, Fatima, Hasan e Husain. In altre parole, quando il profeta
Muhammad, rivolgendosi ai delegati di Najràn, diceva "noi stessi"
intendeva sé stesso e Alí, con l'espressione "le nostre donne"
intendeva la pura Fatima e con "i nostri figli" voleva dire Hasan
e Husain.
Da ciò è possibile dedurre che Alí è come se fosse
lo stesso Profeta e che l'Ahlubait di quest'ultimo consta delle quattro sopraccitate
persone; se altre persone all'infuori di queste fossero appartenute a essa,
egli le avrebbe portate con sé a sostenere la mubàhalah.
Da quanto si è detto si può altresí dedurre che queste
quattro persone sono infallibili; Dio l'Altissimo, nel seguente versetto, attesta
infatti l'infallibilità e la castità dell'Ahlubait del Profeta:
"O membri dell'Ahlubait del Profeta, in verità Dio vuole
allontanare da voi ogni impurità e purificarvi completamente"22.
Secondo una tradizione, tramandata sia dalle fonti sunnite che da quelle sciite,
il profeta dell'Islam ha detto: "La mia ahlubait è come
l'Arca di Noè che chiunque vi salí si salvò e chiunque
l'abbandonò annegò".
In un'altra tradizione narrata (sia da fonti sunnite che da quelle sciite) in
modo tale da non lasciare alcun dubbio sulla sua autenticità, il sommo
Profeta dice: "Lascio in ricordo tra voi due preziose cose che
non si separeranno mai tra loro: il Libro di Dio e la mia ahlubait. Fintanto
che vi atterrete a esse non vi travierete".
1Corano XVI: 89.
2Corano XVI: 44.
3Corano XVI: 64.
4Corano LXXXVI: 13 e 14.
5Corano LVII: 16.
6Corano XLVI: 30.
7Corano XVII: 9.
8Corano XXX: 30.
9Corano XIV: 1.
10Corano VI: 122.
11Corano XLI: 13.
12Corano XVII: 47.
13Corano XI: 5.
14Corano XI: 7.
15Corano LII: 33 e 34.
16Corano X: 38.
17Corano LII: 34.
18Corano X: 38.
19Corano XI: 13.
20Corano XVII: 89.
21Corano III: 61.
22Corano XXXIII: 33.