I dodici Imam>Conoscere il Nahju-l-Balagah>Le obiezioni sul Nahju-l-Balagah
Prima obiezione
Notiamo che nel Nahju-l-balagah alcuni dei sahàbah [compagni] del Profeta
vengono criticati e offesi, vengono accusati di aver usurpato il califfato.
Ora, dal momento che tutti i sahàbah del Profeta sono probi, non è
giusto attribuire questo tipo di affermazioni ad Alí (A), il Principe
dei Credenti.1
Risposta
Il termine arabo ‘suhbah’ significa ‘frequentarsi’,
a prescindere dal periodo piú o meno lungo in cui ci si frequenta e a
prescindere anche dal fatto che a frequentarsi siano due musulmani o un miscredente
e un musulmano (Usdu-l-ghàbah di Ibni Athír; vol. I, pag. 3).
Tutte le scuole islamiche convengono sul fatto che con il termine ‘sahàbah’
[compagno] si indicano tutte le persone che, all’epoca del Profeta, sono
entrate nell’Islam o hanno finto di avere accettato questa religione.
Molte delle scuole sunnite considerano probo ogni sahàbah, mentre le
altre scuole islamiche sono di parere contrario, e sostengono che non esiste
nessun valido motivo, nessuna prova per considerare tutti i sahàbah probi,
anzi, tra i sahàbah del profeta dell’Islam (come tra quelli di
ogni altro profeta) esistevano uomini retti e persone empie, e, addirittura,
quelli che il sacro Corano chiama munàfiqun, e cioè gli ipocriti,
quelli che fingono di essere musulmani, ma in realtà sono nemici dell’Islam.
Il sacro Corano parla di queste tre categorie di persone, e dedica, addirittura,
un’intera sura ai ‘munàfiqun’.
Da quanto abbiamo detto ora, possiamo distinguere i sahàbah del profeta
in tre categorie: i probi, gli empi e i munàfiqun.
È ormai chiaro che la teoria della probità di tutti i sahàbah
è errata.
Questa teoria è contraria al santo Corano, e, per dimostrarlo, citiamo
tre esempi.
Seconda obiezione
La lunghezza di alcuni sermoni e alcune delle lettere del Nahju-l-balagah –
come il Sermone degli Ashbàh e il ‘Patto di Màlik Ashtar’
– è superiore a quella che avevano i discorsi che venivano pronunciati
e le lettere che venivano scritte agli inizi dell’Islam, all’epoca
dell’imam Alí (A). È dunque lecito dubitare dell’autenticità
di queste tradizioni5.
Risposta La lunghezza e l’uniformità di un sermone,
di un discorso, non è cosa che necessiti di tradizioni e regole. Nei
primi anni dell’avvento della religione islamica, gli oratori pronunciavano
sermoni e discorsi di tutti i tipi: alcuni pronunciavano per lo piú discorsi
lunghi e solo raramente sermoni brevi; altri invece si comportavano in modo
contrario. Insomma, era l’oratore, a seconda dei casi e delle circostanze,
a decidere della durata del suo discorso, del suo sermone.
Jahiz, nell’opera ‘Al-bayàn Wa-t-tabyin’ (vol. I, pag.
50), afferma: “Si narra che Qais Ibni Kharijah Ibni Sanàn, un giorno,
dalla mattina alla sera, senza alcuna interruzione, abbia pronunciato un discorso
senza ripetizioni né nelle frasi né nei concetti”
Zakiyy Mubàrak, nell’opera ‘An-nathru-l-Fanniyy’ (vol.
I, pag. 59), afferma: “Suhbàn Wa’il6,
noto per i suoi lunghi sermoni, a volte parlava in pubblico per mezza giornata;
nonostante ciò si narra che egli abbia anche pronunciato discorsi brevi.
Da quanto abbiamo finora detto deduciamo che anche all’epoca dell’imam
Alí (A), gli oratori pronunciavano discorsi lunghi.
Anche i sermoni e le lettere del santo Alí (A) seguono questa norma:
a volte sono assai lunghi e a volte corti e concisi.
Jàhiz afferma: “Umar non pronunciava sermoni molto lunghi, cosa
che faceva invece Alí Ibni Abitàlib (A)”
Quanto abbiamo detto finora dimostra chiaramente l’inconsistenza di questa
seconda obiezione.
Terza obiezione
Il Nahju-l-balagah possiede una particolare rima e in esso si notano classificazioni
quali, ad esempio: l’istighfàr [il chiedere perdono a Dio] ha cinque
significati, la fede poggia su quattro pilastri. Ora, nei primi anni dell’avvento
dell’Islam, nessuno conosceva questa tecnica espressiva, la quale si diffuse
solo nell’epoca della dinastia abbasside, dopo la fine del periodo della
‘jahiliyyah’, quando nacque la nuova letteratura araba. Concludiamo
che è stato Sayyid Raziyy a scrivere il Nahju-l-balagah in questo modo
[usando queste tecniche sconosciute all’epoca di Alí (A)]7.
Risposta
Parlare usando rime, se è fatto in modo naturale, senza affettazione,
se non stanca coloro che ascoltano, è segno di eloquenza, facondia, e
deve essere considerato un pregio per un discorso, un sermone. Se parlare, esprimersi
usando rime è un difetto, perché allora troviamo ciò nel
sacro Corano, nelle tradizioni del Profeta e nelle parole di molti degli oratori
e dei letterati arabi? Cosí sono, ad esempio, le sure LI, LII, LIII e
XCI. Tra le tradizioni del Profeta possiamo invece ricordare, a titolo d’esempio,
le seguenti:
“Alà adullukum ´alà khayri Akhlàqi-d-Dunya
Wa-l’àkhirah? Tasill man qata´ak, tu´ti man haramak,
ta´tu ´amman zalamak” {Tuhafu-l´uqul, pag. 45}
“Afshu-s-salàm wa at´imu-ta´àm wa silu-l’arhàm
wa sallu-l-layli wa-n-nasu niyàm”
“Ayyuha-n-nàs! Ismà´u wa´u: man ´àsha
màta, wa man màta fàta; wa kullu mà huwa àtin
àtin, laylun dàja wa naharun sàja, wa…”
Concludiamo dunque che il fatto che alcune delle tradizioni del Nahju-l-balagah
contengano rime, è una decisa conferma della loro autenticità,
e non può essere in nessun modo un motivo per dubitare sul fatto che
esse appartengano realmente all’imam Alí (A).
Per quanto riguarda invece le classificazioni delle quali abbiamo parlato all’inizio,
dobbiamo dire che esse, all’epoca dell’imam Alí (A), erano
molto frequenti: le troviamo nelle parole e negli scritti degli oratori e dei
letterati arabi, e, addirittura, anche in molte delle tradizioni del santissimo
Profeta. A tal proposito, si faccia attenzione ad alcune di queste tradizioni:
“Esistono sei virtú che sono buone, ma quando appartengono ai seguenti
sei gruppi acquistano un maggior valore: l’equità è cosa
buona, ma quando questa virtú appartiene a coloro che detengono il potere,
è cosa ancora migliore; la pazienza è cosa buona, ma quando questa
virtú appartiene agli indigenti è cosa ancora migliore…”
{Irshadu-l-qulúb del Daylamiyy, pag. 233}
“O musulmani, guardatevi dall’adulterio, poiché esso causa
sei disgrazie: tre in questo mondo e tre nell’aldilà. In questo
mondo: disonora, fa cadere nell’indigenza e abbrevia la vita. Nell’aldilà,
invece, provoca l’ira divina, rende difficile la resa dei conti nel Giorno
del Giudizio e viene castigato con la dannazione eterna”
Esistono molte altre tradizioni contenenti simili classificazioni. Per maggiori
informazioni a riguardo, si possono consultare le opere ‘Al-khisàl’
del grande Shaykh Saduq, e ‘Al-mawà´izu-l-Adadiyyah’.
Per concludere è opportuno ricordare che le tradizioni del Nahju-l-balagah
che contengono questo tipo di classificazioni, sono tutte autentiche e dotate
di sicure e conosciute catene di trasmissione.
Quanto abbiamo detto è piú che sufficiente a dimostrare l’inconsistenza
di questa obiezione.
Quarta obiezione
Nel Nahju-l-balagah si parla di ‘wasàyah’ [tutela], ‘wasiyyah’
[testamento] e di Alí (A) in qualità di ‘wasiyy’ [successore].
Ora, questi termini compaiono solo nelle parole e negli scritti di Sayyid Raziyy,
e, prima di lui, non venivano assolutamente usati. È questa dunque una
prova del fatto che il Nahju-l-balagah è stato scritto da Sayyid Raziyy
e poi falsamente attribuito ad Alí Ibni Abitàlib (A)8.
Risposta
La questione del testamento [wasiyyah] del sommo Profeta e dell’imam Alí
(A) come successore [wasiyy] del Profeta, è sempre stato un problema
noto e discusso, addirittura, già dall’epoca del sommo profeta
Muhammad (S). Di tale questione parlano la maggior parte dei commenti coranici,
delle raccolte di tradizioni, dei libri di storia, di teologia e di poesia.
Il grande Allàmah Aminí, nella sua storica opera (in undici volumi)
Al-ghadír, cita le opere di tutti i poeti che hanno composto versi per
ricordare l’evento di Ghadir, dall’epoca del santo Profeta fino
ai nostri giorni. Oltre a ciò ricordiamo la tradizione di Ghadir, la
cui autenticità è accettata, con assoluta decisione, da sciiti
e sunniti, da tutte le scuole islamiche. Essa è una delle piú
salde prove del fatto che Alí (A) è l’immediato ‘wasiyy’
[successore] del sommo Inviato di Allah.
Secondo la legge islamica, ogni musulmano, è obbligato a fare testamento
dei propri beni, dare disposizioni riguardo ai propri debiti e designare un
‘wasiyy’ [esecutore testamentario] che, dopo la sua morte curi l’esecuzione
delle disposizioni testamentarie. Nel ‘Sahih di Bukhàri’
(vol. III, pag. 2), e nel ‘Sahih di Muslím’ (vol. IV, pag.
10), leggiamo la seguente tradizione del santo profeta Muhammad (S): “Nessun
musulmano, che possiede qualche bene, ha il diritto di lasciare passare due
sere senza fare testamento e conservarlo presso di sé”. Il ‘Sahih
di Muslim’ aggiunge: “Ibni Umar disse: ‘Da quando ho sentito
questo hadith dal Profeta, non ho dormito una notte senza avere con me il mio
testamento’”
Considerando quanto abbiamo ora detto, ci chiediamo: perché il Profeta
avrebbe dovuto trascurare di fare testamento riguardo alla piú importante
delle questioni, e cioè la questione della sua successione alla guida
della nazione islamica? A nostro parere è assurdo che il Profeta, che
è immune da qualsiasi peccato, colpa ed errore, consideri obbligatorio
il testamento per i beni di questo mondo, e poi trascuri se stesso di fare testamento
spirituale riguardo alla fondamentale questione della sua successione alla guida
della grande e complessa società islamica.
Certo, il santo Messaggero d’Allah per ordine di Dio, l’Onnisciente,
ha designato i suoi successori, gli immacolati Imam, che fino al Giorno del
Giudizio, difenderanno l’Islam e saranno, per tutti gli uomini e in tutte
le epoche, i sapienti del Libro di Dio e i conoscitori della Sua sacra legge.
È forse possibile pensare che Abú Bakr sia stato piú previdente
del santissimo Profeta, in quanto lui, prima di morire, ha almeno designato
un successore (Umar)?
Abbiamo il diritto di pensare che Aishah sia stata piú sollecita del
Profeta nei confronti del suo popolo, in quanto disse ad Abdullah Ibni Umar:
“Figlio mio, porgi i miei saluti a tuo padre e digli di non lasciare il
popolo di Muhammad (S) senza una guida, di designare un successore che prenda
il suo posto dopo la sua morte, poiché io temo che se la gente verrà
abbandonata a se stessa andrà incontro a tumulti e sobillazioni”9?
Abdullah Ibni Umar conosceva forse meglio del Profeta le conseguenze del trascurare
la questione della successione? In base a quanto narra Ibni Sa´d nel ‘Tabaqàt’
(vol. III, pag. 249), egli un giorno disse a suo padre: “Scegliti un successore!”?
Umar gli rispose: “Chi dovrei nominare?”, e Abdullah disse: “Cerca
di trovare qualcuno! Tu non sei il loro dio! Se tu convocassi il responsabile
dei tuoi terreni, non ameresti che egli mettesse qualcuno al suo posto a curarli
fino a quando non ritorna?”. “Certo”, rispose Umar. Abdullah
disse ancora: “Se tu convocassi il responsabile del tuo gregge, non ameresti
che egli mettesse qualcuno al suo posto a curarlo fino a quando non ritorna?
“Certo” disse Umar, il quale, in seguito, costituí un consiglio
di sei persone per designare il suo successore.
Muawiah è forse piú premuroso del Profeta, quando, per paura che
il popolo musulmano si disperda al pari di un branco di pecore senza pastore,
designa suo figlio Yazíd in qualità di suo successore? Abbiamo
il diritto di pensare che il Profeta sia addirittura stato meno premuroso di
Muawiah?10
Insomma, è logico pensare che il saggissimo profeta Muhammad (S) abbia
abbandonato la giovane nazione islamica al proprio destino, al pari di un indifeso
gregge senza pastore?
No, il santo Profeta non ha abbandonato la sua nazione, ha bensí designato,
per ordine divino, il suo successore. A tal proposito, Il Signore Eccelso rivelò
il seguente versetto: “O Messaggero, comunica ciò che è
disceso su di te da parte del tuo Signore, e [sappi] che se non lo farai, non
avrai comunicato il Suo Messaggio. E Allah ti proteggerà dalla gente…”11
Se volessimo qui citare le tradizioni inerenti alla designazione di Alí
(A), da parte del Profeta, in qualità di suo successore (wasiyyah), non
basterebbero decine e decine di volumi per citarli tutti. Ci limitiamo dunque
a citare una sola di queste tradizioni, quella citata da Ibni Shahri Ãshúb
nell’opera ‘Manàqibu Alí Ibni Abitàlib’
(vol. III, pag. 47), narrata dal libro ‘Al-wilàyah’ del celebre
Tabarí. Un giorno Salmàn, il Persiano, disse al sommo Profeta:
“Tutti i profeti hanno avuto un wasiyy. Chi è dunque il tuo wasiyy?”.
Il Profeta rispose: “Il mio wasiyy, il mio successore, la migliore persona
che io lascerò dopo di me, colui che pagherà i miei debiti e realizzerà
ciò che ho promesso, sarà Alí Ibni Abitàlib (A)”
L’eminente studioso, Sayyid Abdu-z-zahrà Al-husaini Al-khatíb,
nella preziosa opera ‘Masàdiru Nahju-l-balagah Wa Asàniduh’
(vol. I, pagg. 142-162), cita piú di settanta hadith estratti da libri
di dotti sunniti, nei quali si parla dell’imam Alí (A) in qualità
di wasiyy del Profeta e della wasàyah del nobile messaggero di Dio nei
riguardi del santo Imam.
L’Allàmah Aminí, nella sua preziosa opera, ‘Al-ghadír’,
cita decine di libri, alcuni dei quali sono stati scritti prima della nascita
di Sayyid Raziyy, dal primo secolo dell’Egira, fino ai nostri giorni,
i cui titoli sono ‘Al-wasiyyah’ e ‘Al-wilàyah’.
Dopo tutti questi hadith, dopo tutte le prove che abbiamo citato, nessuna persona
dotata di sano intelletto si permetterebbe di fare l’obiezione che abbiamo
citato all’inizio di questo paragrafo.
Quinta obiezione
Nel Nahju-l-balagah animali quali il pavone, la formica, il pipistrello eccetera,
vengono descritti con assoluta precisione. In questo libro sono inoltre usati
complessi termini filosofici. Ora, i sapienti, i letterati e i poeti degli inizi
dell’Islam, non sapevano nulla di questi concetti, di questi complessi
termini filosofici. I musulmani sono venuti a conoscenza di tutto ciò
solo dopo la traduzione [in lingua araba] dei libri di filosofia e delle fiabe
greche e persiane, all’epoca degli Abbassidi. Questi sermoni del Nahju-l-balagah
si addicono di piú all’epoca nella quale viveva Sayyid Raziyy che
a quella di Alí (A)!12
Risposta
Coloro che fanno questa obiezione non hanno alcuna prova scientifica che ne
provi la consistenza. È forse giusto considerare prerogative di un determinato
popolo doti naturali quali la capacità di immaginare e descrivere, in
modo preciso ed elegante, oggetti e animali? Le poesie dell’era preislamica
e del primo periodo dell’avvento dell’Islam, non erano forse piene
di questo tipo di descrizioni? La persona che ha sempre vissuto col santo Messaggero
d’Allah, che è stata testimone di ogni versetto rivelato a questo
nobile Profeta, che ha sempre goduto dei saggi insegnamenti dell’Inviato
di Allah, non è forse superiore agli altri uomini della sua epoca? La
persona alla quale il Profeta aveva esclusivamente dedicato un’ora del
suo preziosissimo tempo per insegnargli i segreti che Dio gli aveva rivelato,
deve forse essere considerata pari alla gente comune?13
A questo punto è possibile che qualcuno obietti ancora, affermando che
pur accettando che gli abili oratori e i raffinati poeti dell’era preislamica
e del primo periodo dell’avvento dell’Islam siano stati in grado
di descrivere animali quali il cavallo, il cammello, la formica, la cavalletta,
animali che ogni giorno vedevano, è tuttavia difficile accettare che
avessero avuto la capacità di descrivere animali quali il pavone, che
non esisteva nella zona in cui loro vivevano. Come si può dunque accettare
che, in base a quanto dice Sayyid Raziyy nel Nahju-l-balagah, Alí (A)
abbia detto, a proposito degli attributi del pavone e dell’accoppiamento
di questo straordinario animale: “Io ti informo di ciò che ho visto
con i miei occhi…”14
Ibni Abi-l-hadid, nel suo commento al Nahju-l-balagah (vol. IX, pag. 270), risponde
a questa obiezione affermando: “È vero, a Medina non esistevano
pavoni, ma a Kufa, che era diventata la capitale dell’Islam, esistevano:
in questa città arrivava tutto da tutti i posti del mondo”
Oltre a ciò, è possibile rispondere a questa obiezione ricordando
che il Signore Eccelso insegnò al primo dei Profeti, il santo Adamo,
Padre dell’Uomo, i nomi e gli attributi di tutte le cose, e lo stese fece
con il Sigillo dei Profeti, il santo Muhammad (S), il quale, a sua volta, li
insegnò al suo vicario, il santo Alí (A), dicendo di lui: “Io
sono la città della sapienza e Alí ne è la porta”.
Certo, Alí (A) era a conoscenza di cose che nessuno conosceva, vedeva
ciò che gli altri non vedevano e sentiva cose che gli altri non potevano
sentire. Ecco perché, a volte, Alí (A) parla, con assoluta precisione,
di cose che nessuno, ai suoi tempi, poteva sapere.
Sesta Obiezione
Alcuni dei sermoni del Nahju-l-balagah, contengono notizie riguardo gli uomini
e i popoli del passato, e gli accadimenti del futuro, come la conquista di Kufa
da parte di Hajjàj, la fondazione della città di Baghdad e la
conquista di questa città da parte di Gengiskan, dei Tartari e dei Mongoli.
Ora, è improbabile che una persona come Alí (A) abbia preteso
di conoscere il ‘ghayb’ [l’occulto, l’invisibile], poiché
solo Dio conosce il ‘ghayb’: “Sono presso di Lui le chiavi
del ‘ghayb’, che nessuno conosce all’infuori di Lui…”.
Probabilmente le notizie inerenti a questi eventi storici sono state aggiunte
da Sayyid Raziyy o da altre persone, dopo che sono accaduti, e poi attribuite
ad Alí (A).
Risposta
Considerando ciò che abbiamo detto nella risposta alla quinta obiezione,
si arriva alla conclusione che l’imam Alí (A) era sicuramente a
perfetta conoscenza del passato e degli avvenimenti del futuro, e ciò
grazie ai divini insegnamenti del santissimo Profeta, il quale era collegato
all’infinita fonte della sapienza divina.
L’Allamah Aminí, nella sua storica opera ‘Al-ghadír’
(vol. V, pagg. 52-59), ha dato la migliore risposta a questa obiezione, della
quale, di seguito, riporteremo un riassunto.
“Tutti gli uomini possono venire a conoscenza del ghayb e degli eventi
passati e futuri, a condizione però che questa conoscenza venga presa
da chi l’ha ricevuta, a sua volta, dal Signore Altissimo. La vera e incrollabile
fede in Dio, negli angeli, nei Libri Ispirati, i Profeti Divini, il Giorno del
Giudizio, il Paradiso, l’Inferno, la vita ultraterrena, ecc., non sono
forse chiari esempi di conoscenza del ghayb? Il Signore Eccelso, nel Corano,
descrive i timorati di Dio dicendo: ‘…quelli che sono certi dell’aldilà…’15.
In un altro versetto dice poi: ‘Paradisi eterni, che il Misericordioso
ha promesso ai Suoi servi nel ghayb…’16
Bisogna comunque tenere presente che il profeta e l’imam sono in grado
di venire a conoscenza di maggiori segreti divini, e ciò per la delicata
missione che viene loro affidata e che hanno il dovere di compiere. A tal proposito
il sacro Corano dice: ‘Ti raccontiamo tutte le storie dei [Nostri] Profeti,
ciò con cui rinsaldiamo il tuo cuore…’17.
Nel nobile Corano, dopo la storia della casta Maria (III:44) e dei fratelli
del probo profeta Giuseppe (XII:102), leggiamo: “Queste sono delle notizie
del ghayb, che ti riveliamo…”
È ovvio che il Signore Eccelso concede questo particolare tipo di conoscenza
del ghayb solo ai suoi diletti amici, e ciò è dimostrato dai seguenti
due sacri versetti coranici: “[Allah] è il conoscitore del ghayb,
e non manifesta il Suo ghayb a nessuno, se non ai messaggeri di cui si compiace…”18.
“…[Allah] conosce ciò che è davanti a loro e quello
che è dietro di loro, e, della Sua sapienza, essi non apprendono se non
ciò che Egli vuole…’19”
Conclusione
Anche se il nobile versetto “…a Lui appartengono le chiavi del ghayb…”,
usata nell’argomentazione citata all’inizio, dimostra che solo Dio
conosce il ghayb, bisogna tuttavia tenere presente che altri versetti del Corano
dicono che Dio può informare del Suo ghayb i profeti, gli amici e i credenti
di cui Egli piú si compiace, anche se i profeti e gli amici di Dio godono
in maggiore misura di questa straordinaria grazia del Signore.
È bene inoltre sapere che il santo profeta dell’Islam e gli eredi
della sua sapienza, gli immacolati Imam, senza il permesso di Dio non potevano
usare ciò che Egli aveva insegnato loro del ghayb né trasmetterlo
agli altri.
È bene sapere che l’obiezione che abbiamo citato all’inizio
e la risposta a essa, esiste anche nello stesso Nahju-l-balagah20.
L’imam Alí (A), nell’anno trentasei dell’Egira, dopo
la guerra di Jamal, nella città di Bassora, disse a Ahnaf Ibni Qais,
uno dei compagni del Profeta: “O Ahnaf, è come se lo vedessi attaccare
la città di Bassora con un esercito che non alza povere e non fa alcun
rumore”. Con ciò il santo Imam predisse le disgrazie che avrebbero
colpito in futuro la città di Bassora, i sanguinosi attacchi di Sahibu-z-zanj
e dei Mongoli. A questo punto, uno dei presenti, che aveva sentito questa predizione,
affermò: “O Principe dei Credenti, parli del ghayb? Lo conosci
forse?”. L’Imam sorrise e disse all’uomo, che apparteneva
alla tribú dei Baní Kalb: “O fratello della tribú
dei Bani Kalb, questa non è conoscenza del ghayb, è bensí
ciò che ho imparato dal sommo Profeta. La scienza del ghayb non è
altro che la conoscenza del Qiàmah [Giudizio Universale] e ciò
che Allah ricorda in questo versetto: ‘In verità, la scienza dell’Ora
è presso Allah, Egli fa discendere la pioggia e conosce quel che v’è
negli uteri. Nessuno sa ciò che otterrà domani e nessuno sa in
che terra morirà. In verità, Allah è sapiente e informato’21”
L’imam Alí (A) continuò dunque dicendo: “Allah conosce
ciò che esiste negli uteri, se è maschio o femmina, brutto o bello,
generoso o avaro, salvo o dannato. Egli sa chi brucerà nel fuoco dell’Inferno
e chi andrà in Paradiso insieme ai Profeti. È questa dunque la
scienza del ghayb che solo Dio conosce e che ha insegnato al Suo Profeta, ed
egli l’ha insegnata a me e ha pregato affinché il mio petto la
comprendesse, il mio cuore l’accogliesse in sé…”
Quanto abbiamo detto finora è piú che sufficiente a dimostrare
l’inconsistenza di questa sesta obiezione. Nel Corano e nelle tradizioni
islamiche esistono comunque moltissime altre prove con le quali è possibile
confutare simili obiezioni.
Settima obiezione
Notiamo che nel Nahju-l-balagah si biasima moltissimo il ‘mondo’,
e in molti dei suoi sermoni e delle sue sentenze s’invita la gente a non
badare al mondo, a volgergli le spalle, a seguire la virtú, a rinunciare
ai piaceri materiali e ad abbandonare le fugaci cose terrene, esattamente nello
stesso modo in cui Gesú, figlio di Maria, esortava i suoi seguaci all’ascesi
e al distacco dagli istinti e dal mondo, e li metteva in guardia dalle sue lusinghe.
Il Profeta disse però: “Non esiste ruhbàniyyah [ascesi]
nell’Islam!”, nessuno ha cioè il diritto di abbandonare completamente
il mondo e andare a vivere da solo per tutta la vita, abbandonando la società.
Concludiamo dunque che questo tipo di parole [riportate da Sayyid Raziyy nel
Nahju-l-balagah] non possono assolutamente appartenere ad Alí (A).22
Risposta
La denuncia della bassezza e della caducità di questo mondo, non è
prerogativa di alcune delle legislazioni divine, quale quella del santo Gesú.
Tutte le religioni divine hanno raccomandato ai loro seguaci di volgere le spalle
al mondo e di fare attenzione alle sue lusinghe. A tal proposito, in una tradizione
leggiamo: “L’amore per il mondo è il principio di ogni errore”
Anche l’Islam, che è la piú perfetta delle religioni, raccomanda
ai suoi seguaci di non badare al mondo, di fare attenzione alle sue minacce
e ai suoi pericoli. A tal proposito, esistono infatti molti versetti e hadith.
• Nel sacro Corano, nella Sura del Ferro (XX versetto), il Signore Altissimo
dice: “Sappiate che, in verità, la vita di questo mondo non è
altro che un gioco e un trastullo, un orpello, reciproca iattanza fra di voi,
vana contesa nei beni e nei figli, come una pioggia, il cui raccolto stupisce
i miscredenti, e poi inaridisce, lo vedi ingiallire, poi si riduce a stoppie.
Nell’altro mondo vi sarà tremendo castigo e perdono [proveniente]
da Dio e consenso. La vita di questo mondo non è altro che materia di
inganno”
In un hadith il Profeta fa le seguenti raccomandazioni ad Abú Zhar: “O
Abú Zhar, giuro su Colui nelle Cui mani è l’anima di Muhammad
(S), che se il mondo avesse avuto il valore dell’ala di un moscerino o
di una zanzara, sicuramente Dio non avrebbe concesso nemmeno un sorso d’acqua
al miscredente. O Abú Zhar, il mondo e ciò che v’è
in esso sono stati maledetti, eccetto ciò che viene usato per compiacere
Iddio. Nulla è piú odiato da Dio del mondo! O Abú Zhar,
Dio rivelò a mio fratello Gesú: ‘Non amare il mondo, poiché
Io non lo amo; ama invece l’aldilà, poiché esso è
il luogo del ritorno e la dimora eterna’”23
Il Nahju-l-balagah biasima il mondo in questo stesso identico modo, mettendone
in evidenza la caducità attraverso straordinarie parabole: “Il
mondo è come il serpente: la sua pelle è morbida, ma al suo interno
v’è un letale veleno. Il sedotto ignorante lo segue, mentre il
saggio intelligente si tiene lontano da esso”24.
“Il vostro mondo ha per me meno valore dello starnuto di una capra”25.
“Giuro su Allah che, ai miei occhi, il vostro mondo ha meno valore di
un osso nudo di maiale nelle mani di un lebbroso”26.
“…e, in verità, il vostro mondo ha, per me, meno valore di
una foglia nella bocca di una cavalletta, mentre la mastica”27.
“L’uomo libero non è forse colui che lascia questo residuo
di cibo rimasto tra i denti [il mondo!], a chi ne è piú ‘degno’?”28.
“La gente del mondo è come coloro che vengono trasportati in una
carovana mentre dormono”29
Quanto abbiamo detto dimostra in modo assai chiaro che il metodo usato dal Nahju-l-balagah
nel biasimare il mondo e mettere la gente in guardia dalle sue pericolose insidie,
è in perfetta armonia con lo spirito dell’Islam, del santo Corano
e delle tradizioni del sommo Profeta.
Oltre a ciò è bene sapere che se da una parte il Nahju-l-balagah
biasima il mondo, dall’altra ne mette in evidenza gli aspetti positivi:
“…Il mondo è la dimora della verità, della sincerità
per chi si comporta con esso con verità, con sincerità; è
la dimora della salute per chi lo comprende, è la dimora della ricchezza
per chi in esso fa provviste [per l’aldilà], è la dimora
dell’insegnamento per chi da esso trae insegnamento. Esso è il
‘masjid’ [luogo in cui ci si prosterna] degli amici di Dio, il luogo
in cui pregano gli angeli, il luogo dove discende la rivelazione di Dio…”30
In uno dei sermoni del Nahju-l-balagah, leggiamo anche: “Chiunque guardi
con saggezza al mondo, esso gli farà vedere la verità, lo informerà
[dei suoi segreti]. Colui invece che fisserà il suo sguardo sul mondo,
sarà da esso accecato”31
Per concludere ricordiamo un’altra delle tradizioni del Nahju-l-balagah,
utile a dimostrare l’inconsistenza dell’obiezione ricordata all’inizio
di questo paragrafo. Il Nahju-l-balagah narra che dopo la guerra di Jamal, l’imam
Alí (A) si recò a Bassora per fare visita ad Alà’
Ibni Ziad Harithiyy, che era uno dei suoi compagni; andò dunque a casa
Alà’, che era una casa molto bella, assai sontuosa e grande. Quando
Alí (A) vide questa casa disse: ‘Cosa ne fai di questa casa nel
mondo, mentre ne hai piú bisogno nell’aldilà? Certo, se
vuoi, con essa puoi raggiungere i premi dell’aldilà! Con essa puoi
ricevere ospiti, fare del bene ai tuoi parenti, pagare i tuoi debiti. Con essa
potrai allora conquistarti i meriti dell’aldilà’. Alà’
disse: ‘Volevo allora dirti che non approvo il comportamento di mio fratello!’.
‘Perché, cosa fa?’, disse l’Imam. Alà’
rispose: ‘Si è messo addosso un mantello di lana e ha completamente
abbandonato il mondo’. L’imam Alí (A) disse: ‘Fatelo
venire qui!’. Quando il fratello di Alà’ venne, Alí
(A) gli disse: ‘O nemico di te stesso, Satana ti ha traviato! Abbi almeno
pietà di tua moglie e dei tuoi figli! Pensi forse che Dio [ti] ha permesso
i suoi puri doni, ma non ama che tu goda di essi? Tu non sei all’altezza
di ciò!”. Asim disse: ‘O Principe dei Credenti, perché
allora tu ti vesti e ti nutri come i poveri?’. Il nobile Alí (A)
rispose: ‘Guai a te! Io non sono come te! Dio ha ordinato alle Guide del
Vero di vivere come gli indigenti, affinché questi non vengano spinti
dalla povertà a ribellarsi’”32
Quanto abbiamo detto finora, è piú che sufficiente a dimostrare
l’inconsistenza di questa obiezione.
Ottava obiezione
In molti dei sermoni e delle sentenze del Nahju-l-balagah vengono ricordate
le difficoltà della morte, le tenebre della tomba e i problemi della
vita ultraterrena, ed è naturale che ricordare queste cose distrugge
la tranquillità spirituale degli uomini e li terrorizza. È perciò
molto improbabile che questi sermoni e queste sentenze appartengano ad Alí
Ibni Abitàlib (A).33
Risposta
Se ricordare agli uomini cose quali la morte e il Giudizio Universale, non è
cosa buona, è per loro un pericolo, perché allora il sacro Corano
e le tradizioni del santo Profeta insistono cosí tanto su questo argomento?
Il Signore Eccelso, nel Suo Verbo dice: “La morte vi coglierà ovunque
sarete…”34. “Ognuno gusterà
la morte…”35. “Tutto quello
che è su di essa [sulla terra] è destinato a perire”36.
“…Tutto è perituro, eccetto il Suo Volto…”37
In molti dei libri di hadith, sciiti e sunniti, troviamo diverse tradizioni
del sommo Profeta su questo argomento. Nell’opera Tuhafu-l-uqúl,
è riportata la seguente tradizione del Messaggero d’Allah: “[Che
cosa è successo?] Perché vedo che l’amore per il mondo ha
soggiogato gran parte della gente? Sembra quasi che la morte sia stata scritta
per gente diversa da loro! Sembra quasi che il rispetto dei diritti sia stato
imposto per gente diversa da loro! Anzi, sono convinti che le notizie che sentono
dei morti [siano false ed essi] siano come le persone in viaggio, che presto
ritorneranno…”38
Oltre a ciò, è possibile affermare che dal momento che il ricordo
della morte ha uno straordinario effetto nello sviluppo spirituale dell’essere
umano, nell’Islam è stato dato a questo argomento una grande importanza.
In effetti, se l’uomo ricordasse continuamente la morte e fosse sempre
pronto ad accoglierla, riuscirebbe a ottenere i seguenti risultati:
diverrebbe nobile e generoso;
allontanerebbe da sé la cupidigia e non sarebbe bramoso delle cose materiali;
sarebbe paziente di fronte ai problemi e riuscirebbe a sopportare ogni avversità;
sarebbe sempre riconoscente a Dio, sia nei momenti felici sia nelle avversità;
sarebbe sempre deciso e determinato;
vivrebbe in modo dignitoso e non si farebbe mai umiliare;
diverrebbe padrone delle proprie passioni e sarebbe sempre in grado di controllarle;
eseguirebbe i lavori di questo mondo con assoluta calma e tranquillità
(come se, in esso, dovesse vivere in eterno), mentre eseguirebbe quelli relativi
all’aldilà con assoluto impegno, senza dimostrare la minima negligenza
(come se dovesse morire proprio domani e avesse il timore di perdere i meriti
e le ricompense che il Signore ha riservato a chi compie il bene).
I compagni probi del Messaggero di Dio, come Salman e Abú Zhar, ricordavano
costantemente la morte, non si facevano soggiogare dalle proprie passioni e
possedevano grande dignità e rispetto. Molti di loro morirono martiri
e diedero un notevole contributo alla vittoria dell’Islam e alla diffusione
della fede islamica. Dal momento in cui i musulmani hanno dimenticato la morte
e si sono fatti soggiogare dalle loro passioni, da quando hanno pensato solo
a soddisfare i propri istinti animali, hanno purtroppo perso la loro dignità
umana, la loro grandezza, la loro nobiltà, la loro potenza.
Quanto abbiamo detto ha dimostrato che ricordare costantemente la morte è
il miglior strumento per elevarsi spiritualmente e conquistare il consenso divino.
Al contrario, dimenticarla porta alla perdizione e causa il consenso di Satana.
Il fatto che il Nahju-l-balagah continua a ricordare la morte è uno dei
pregi di questa sublime raccolta di tradizioni dell’Imam dei Timorati.
È per questo stesso motivo che Ibni Abi-l-hadid, nel suo commento al
Nahju-l-balagah, commentando il sermone ‘Al-hàkumu-t-Takàthur,
afferma: “Giuro su Colui sul Quale giurano i popoli, che io, negli ultimi
cinquant’anni, ho letto questo sermone piú di mille volte e ogni
volta sono stato colto da paura accompagnata da un profondo senso di consapevolezza;
ogni volta, la lettura di questo sermone, lasciava nel mio cuore un profondo
segno, mi faceva tremare. Ogni volta che ho riflettuto sul suo contenuto, mi
sono venuti in mente i miei parenti e amici defunti e ho sempre pensato che
in questo sermone l’Imam si rivolge anche a me. Molti predicatori, molti
oratori hanno trattato questo argomento, e molte volte ho avuto modo di leggere
e sentire le loro parole, tuttavia mai hanno avuto su di me lo stesso effetto
che ha avuto questo sermone”39
Quanto abbiamo detto finora è piú che sufficiente a dimostrare
l’inconsistenza dell’obiezione citata all’inizio.
Nona obiezione
La comprensione delle condizioni della società, la conoscenza dei punti
deboli dei governi in carica, la critica delle condizioni vigenti, all’epoca
di Alí (A) non era assolutamente cosa comune, e si diffuse solo nelle
epoche successive. Nei sermoni del Nahju-l-balagah si criticano capi di stato,
ministri, governatori, giudici e dotti, con vari espressioni; si contesta fortemente
il modo di governare, la condotta degli uomini di governo, la discriminazione
esistente nello spartire i beni pubblici e le ricchezze comuni e l’ignoranza
dei giudici. Tutto ciò prova che il Nahju-l-balagah non appartiene ad
Alí (A).
Risposta
In confronto alle altre obiezioni viste, questa è la piú inconsistente,
la piú incongruente. Com’è infatti possibile chiudere gli
occhi dinanzi alla realtà e affermare che, siccome tali cose, all’epoca,
non erano comuni e solo dopo si sono diffuse tra la gente, anche il Diletto
di Allah e la Porta della Sapienza del Profeta era ignaro di esse? Chi fa questo
tipo di obiezioni dimentica che Alí (A), fin da piccolo, visse sempre
col sommo Profeta e si giovò ininterrottamente della sua sapienza, della
sua esperienza e della sua spiritualità.
Dopo la morte del santo Profeta sono accadute cose importanti, tra i compagni
del Profeta che erano esperti di diritto islamico sorsero forti divergenze sui
comandamenti divini; ognuno di loro smentiva gli altri, e in questo mondo rimasero
uccise molte persone innocenti, furono usurpati i beni della gente e calpestati
i loro diritti. Tutto ciò non era forse sufficiente a permettere ad Alí
(A) di criticare i governi in carica, le istituzioni e le persone che si erano
rese responsabili di tanta corruzione? Alí (A) non era forse capace di
difendere i diritti della gente e di opporsi agli uomini di potere disonesti,
ai giudici corrotti e ai dotti avidi?
Decima obiezione
Dal momento che alcuni sermoni e alcune sentenze del Nahju-l-balagah sono state
attribuite anche ad altre persone – come la sentenza n. 289, che è
stata attribuita anche ad Abdullàh Ibni Muqaffa´, o il sermone
n. 203, che è stato attribuito anche a Suhbàn Ibni Wà’il
– è improbabile che tutto il Nahju-l-balagah appartenga ad Alí
(A), considerando soprattutto che molti dei suoi sermoni non compaiono nei celebri
libri di letteratura araba.40
Risposta
Abbiamo già dimostrato che è impossibile che il probo Sayyid Raziyy
abbia attribuito una tradizione al santo imam Alí (A) senza prima averne
accertato l’autenticità.
Oltre a ciò, bisogna sapere che alcuni dotti41
hanno attributo la sopraccitata sentenza all’imam Hasan, anche se Zimakhshariyy,
nel libro Rabi´u-l’abràr (vol. I, cap. ‘Al-khayru Wa-s-salàh’),
la attribuisce, come fa il Raziyy, all’imam Alí (A). Anche Ibni
Abi-l-hadid Al-mu´taziliyy, nel suo commento al Nahju-l-balagah (vol.
XIX, pag. 183), attribuisce la sentenza a santo Alí (A). Ibni Maytham
Al-bahràniyy, nel suo commento al Nahju-l-balagah (vol. V, pag. 389),
afferma che lo stesso Abdullàh Ibni Muqaffa´ attribuisce questa
sentenza al nobile imam Hasan. Forse, per il fatto che era a tutti noto che
questa sentenza apparteneva all’imam Alí (A) o all’imam Hasan,
Abdullàh Ibni Muqaffa´ non ha creduto necessario citarne la provenienza,
oppure l’ha citata, però, mani impure…
In ogni caso, questa sentenza non può che provenire dalla limpida fonte
della sapienza della santa Ahlu-l-bayt.
Le parole di Alí (A) erano cosí celebri tra la gente, che gli
oratori le citavano nei loro discorsi senza dire – e questo per motivi
di taqiyyah o per dimenticanza o per altri motivi – a chi appartenessero.
Shaykh Muhammad Alí Dayúz, appartenente alla setta degli ‘Abàdhiah’,
docente del Ma´hadu-l-hayàh in Algeria, nel libro ‘Tarikhu-l-maghribu-l-Kabir’
(vol. III, pag. 588), afferma che Ibnu-s-saghír dice: “Gli uomini
di governo appartenenti alla setta Abàdhiah, nel governo ‘Rustamiyy’,
avevano concesso libertà assoluta a tutte le religioni e le sette, e
dal momento che essi amavano e rispettavano profondamente Alí Ibni Abitàlib
(A) ed erano fortemente attratti dall’impareggiabile eloquenza delle sue
parole, i predicatori e gli oratori, nelle preghiere del venerdí e in
quelle in congregazione, recitavano, sui pulpiti, i sermoni di Alí (A)…”
In base a ciò, concludiamo che se Ibni Muqaffa´, ha riportato alcune
delle parole di Alí (A) nel suo libro, lo ha fatto perché era
fortemente attratto dall’impareggiabile eloquenza e dal profondo contenuto
delle parole di questo nobile Imam. Egli, all’inizio del suo libro ‘Al’adabu-s-Saghír’,
afferma: “Io, in quest’opera ho citato quelle parole che la gente
ha conservato e che donano nuova vita, luce e splendore al cuore…”
Quanto abbiamo detto è confermato anche da quanto dice il prof. Muhammad
Alí Kurd Alí, nell’opera Umarà’u-l-bayàn
(vol.I, pag. 10): “Invero Ibni Muqaffa´ ha appreso l’eloquenza
dai sermoni di Alí Ibni Abitàlib (A)”
Quanto abbiamo finora detto ci sembra piú che sufficiente per dimostrare
l’inconsistenza dell’obiezione sulla sentenza n. 289.
Per quanto riguarda invece l’obiezione sul sermone n. 203, nella quale
lo si cerca di attribuire a Suhbàn Ibni Wà’il, possiamo
subito dire che gli esperti di oratoria sanno benissimo che i sermoni di Suhbàn
Ibni Wà’il, dal punto di vista del contenuto e dello stile, non
raggiungono i livelli del sopraccitato sermone, e il fatto che lui lo abbia
recitato non vuol dire che gli appartiene!
Oltre a ciò possiamo aggiungere che grandi narratori di tradizioni42
avevano già, prima di Sayyid Raziyy, narrato questo sermone, attribuendolo
al Principe dei Credenti.
Anche questa obiezione si è dunque dimostrata inconsistente.
1Estratto dalla prefazione dello Shaykh Muhyi-d-din Abdu-l-hamid al commento del Nahju-l-balagah dello Shaykh Muhammad Abduh.
2‘Tafsíru Fathi-l-qadir’ di Shawkàniyy (vol. II, pag. 185). ‘Tafsíru Ibni Kathir Ad-damishqiyy’ (vol. II, 273). ‘Tafsíru-t-tabariyy’ (vol. VI, pag. 131).
3‘Shawàhidu-t-tanzil’ di Haskàniyy Hanafiyy (pagg. 445-453, 610-626). Manàqibu Mughàziliyy (pagg. 324, 370, 371). Al-kashàf di Zima-khshariyy (vol. III, pag. 514)…
4Nahju-l-balagah, sermone n. 97, pag. 143-145 (Ed. Daru-th-thaqalain – Qum).
5Atharu-t-tashayyu´ Fi-l’adabi-l’arabiyy, pag. 66.
6Uno dei famosi oratori dell’epoca di Muawiah, che viveva nella città di Damasco.
7Atharu-t-tashayyu´ Fi-l’adabi-l’arabiyy, pag. 56. ‘Al’Imam Alí’, di Ahmad Zakiyy Safwat, pag. 131.
8Atharu-t-tashayyu´ Fi-l’adabi-l’arabiyy, pag. 56. ‘Al’Imam Alí’, di Ahmad Zakiyy Safwat, pag. 131.
9‘Al’imàmah Wa-s-siàsah’ di Ibni Qutaibah Daynawariyy (vol. I, pag. 22).
10Tarikhu-t-tabariyy, vol. VI, pag. 170.
11Corano V: 67.
12Estratto dall’introduzione dello Shaykh Muhyiddin Abdu-l-hamid al commento al Nahju-l-balagah dello Shaykh Muhammad Abduh.
13Khasà’isu Amiri-l-mu’minin Alí Ibni Abitàlib, pag. 168, cap. 37, hadith n. 1 (Ed. Daruth-thaqalain)
14Nahju-l-balagah, sermone 165.
15Corano II: 3.
16Corano XIX: 61.
17Corano XI: 120.
18Corano LXXII: 26, 27.
19Corano II: 255.
20Nahju-l-balagah, sermone 128, pag. 191 (ed. Daru-th-thaqalain – Qum)
21Corano XXXI: 34.
22Atharu-t-tashayyu´ Fi-l’adabi-l’arabiyy, pag. 60.
23Makàrimu-l’akhlàq, vol. II, pag. 368.
24Nahju-l-balagah, sentenza n. 119, pag. 520 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
25Nahju-l-balagah, sermone III, pag. 270 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
26Nahju-l-balagah, sentenza n. 236, pag. 540 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
27Nahju-l-balagah, sermone n. 224, pag. 362 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
28Nahju-l-balagah, sentenza n. 456, pag. 585 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
29Nahju-l-balagah, sentenza n. 64, pag. 509 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
30Nahju-l-balagah, sentenza n. 131, pag. 523 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
31Nahju-l-balagah, sermone 82, pag. 98 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
32Nahju-l-balagah, sermone 209, pag. 336 (ed. Daru-th-thaqalain - Qum).
33Atharu-t-tashayyu´ Fi-l’adabi-l’arabiyy, pag. 61.
34Corano IV: 78.
35Corano XXI: 35.
36Corano LV: 26.
37Corano XXVIII: 88.
38Tuhafu-l-uqúl, pag. 29.
39Commento al Nahju-l-balagah di Ibni Abi-l-hadid, vol. XI, pag. 153.
40Tarjumatu ‘Alí Ibni Abitàlib’, di Ahmad Zakiyy Safwat, pag. 122.
41Ibni Qutaybah, nel libro Uyunu-l’akhbàr, vol. II, pag. 355. Ibni Shu´ah Harràni, nell’opera Tuhafu-l´uqúl, pag. 234. Al-khatib Al-baghdadiyy, nel libro Tarikhu Baghdad, vol. 12, pag 315.
42Shaykh Saduq nel libro Al-amàli (pag. 132, majlis n. 23) e nell’opera Uyunu Akhbàri-r-ridhà (vol. I, pag. 298). Shaykh Mufíd nell’opera ‘Al’irshàd’ (pag. 139). Lo Shaykh Tabarsiyy nel ‘Mishkàtu-l’anwàr’ (pag. 243). Shaykh Warràm nel ‘Majmu´atu Warràm’ (pag. 66).